CRABS PE. Intervista “esclusiva” ad Aldo Stanzani

In occasione del primo Camp di football americano in Abruzzo, tenutosi a Francavilla al Mare domenica 20 Gennaio, abbiamo avuto l’occasione di conoscere Coach Aldo Stanzani

12.02.13 15:37
By redcc PagineAbruzzo

CRABS PE. Intervista “esclusiva” ad Aldo Stanzani

In occasione del primo Camp di football americano in Abruzzo, tenutosi a Francavilla al Mare domenica 20 Gennaio, abbiamo avuto l’occasione di conoscere Coach Aldo Stanzani, campione europeo ’87 con la Nazionale Italiana ed oggi Head Coach degli Knights della Clearwater Academy High School di Tampa, in Florida, fresco vincitore del campionato statale della Florida. Il quale dopo aver incrementato il bagaglio tecnico di allenatori e atleti delle franchigie abruzzesi ci ha gentilmente concesso un altro po’ del suo tempo rispondendo alle nostre domande.

  • Coach Stanzani, parlando di uno degli sport più amati negli Stati Uniti non possiamo che partire da lì; domanda  obbligatoria: come le è balenata l’idea di allenare gli americani in ciò che riescono a fare meglio di tutti gli altri?

Per passione dello sport. Alleno da una vita ma nel 2003, a 48 anni, ho deciso che non potevo più giocare sentendomi un pericolo per gli avversari … per cui allenare mi è sembrata la cosa migliore. Poi non ho resistito e anche lo scorso anno mi sono messo casco e spalliera a certi allenamenti per capire in prima persona la velocità del gioco. Perché in America? perché mi piacciono le sfide.

  • A giudicare dai risultati la sfida la sta vincendo alla grande: trionfare in U.S.A. portando atleti italiani: non ha avuto paura di “azzardare” troppo?

Beh, io ho già vinto nel 2009 senza italiani, lo scorso anno mi annoiavo! ehehehe… scherzi a parte la scelta è stata ponderata e voluta lottando contro tutti i tabù degli americani qui e delle difficoltà economiche lì! io dalla mia sono stato fortunato nello scegliere atleti veramente di valore che mi hanno dato la possibilità di lasciarsi allenare nei ruoli che secondo me più si allineano con le loro potenzialità, nella lega 7.

  • Bene, ora veniamo ai fatti di casa nostra; per far crescere il movimento in Italia lei cosa farebbe?

Semplificherei il gioco per insegnare veramente le basi. Recluterei giovani a partire dai 6/7 anni e punterei sopratutto su di loro. Prenderei allenatori che hanno la voglia e il tempo di insegnare ai nostri allenatori le basi che qui si imparano dai 7 ai 14 anni. In più olio di gomito e campo scuola per avere atleti migliori in campo … e così via.

  • Tre americani in A1, quasi sempre nei ruoli chiave, non crede siano troppi e deleteri alla crescita/sviluppo del movimento?

Io stimo moltissimo i giocatori americani che vengono in Italia. Da quello che capisco la lega IFL fa le sue scelte per lo spettacolo e non per la crescita. Per cui se fa spettacolo ha ragione di esistere se non lo fa no. Gli americani apportano sempre un bagaglio importantissimo sia tecnico che tattico. Ovviamente per compensare i costi li si deve far giocare… e’ un gatto che si morde la coda e fino a quando gli americani vengono per giocare e non per allenare la IFL sarà oggetto di discussione.

  • Come procede il suo progetto in Italia?

Direi che sono soddisfatto! Ho girato più di una trottola ma ho incontrato un sacco di atleti e allenatori ben intenzionati che non mi hanno chiuso la porta nonostante la semplicità di quello che dicevo. Decisamente positivo e ritornerò a marzo per fare un paio di Clinics anche in un altro Paese dell’Unione, anche se il soggetto questa volta sarà la preparazione atletica della squadra giovanile oltre che la psicologia dell’insegnamento e le tecniche di lettura di base.

  • A proposito di allenatori italiani, certamente hanno tutti una grande passione per questo sport ma: c’è un difetto che ha riscontrato nel modo di allenare degli italiani?

A me l’esperienza con gli allenatori è piaciuta! Non credo che ci siano tare o difetti. In più non credo che ci sia un difetto o tara comune. Quello che manca probabilmente è coordinazione. Sottolineando che la federazione sta facendo un buon lavoro nell’uniformare gli studi da allenatore e che il livello di conoscenza delle basi è piuttosto solido, io sono rimasto contento di tutti gli allenatori che ho incontrato e dei progressi che hanno fatto.

  • Queste parole faranno certamente piacere e riempiranno, a ragione, d’orgoglio gli allenatori italiani che tra tante difficoltà e mille sacrifici portano avanti la passione per questo sport; allora lei cosa cerca di insegnargli durante i Clinics?

Che il football e’ divertimento in primo luogo. Per allenatori e giocatori, se alla fine dell’allenamento non ti sei divertito, non hai ottenuto il 110 %. La tecnica ha uno scopo solo se la capisci e capisci come usarla senza perdere di vista il fatto che e’ il DIVERTIMENTO quello che tiene vivo il gioco, non i soldi dei Pro! ed il divertimento ultimo e’ riuscire a vincere il possibile per poi passare all’impossibile. Apro una parentesi: quegli stereotipi da film dove sono tutti incazzati e che il football è fatto di incazzature non è la verità qui. E’ un po’ come se ci impegnassimo a imparare a cadere in area per avere un rigore … visto che lo fanno così bene i pro… l’ammontare di lavoro fatto divertendosi è immensamente più produttivo di quello fatto sotto shock per le urla dell’allenatore. Qui c’è chi fa 4 urla per caricare la squadra prima della partita o per far capire ai giocatori che hanno sbagliato …  in verità sbaglia chi urla! Giusto per riderci sopra: Io so che ho vinto la partita quando vedo (e sento) che l’allenatore dell’altra squadra sclera e si contorce in convulsioni per far capire al giocatore cosa sta sbagliando. Quello è il punto in cui la ragione e la tattica se ne vanno. I vari “PICCHIA QUALCUNO – BLOCCA QUALCUNO – AMMAZZIAMOLI” e via dicendo in effetti non dicono al giocatore cosa deve fare in campo. Per cui se la tattica è “ammazziamoli tutti” la partita e’ finita lì … a mio favore.

  • Bene, chiusa questa parentesi sugli allenatori, passiamo agli atleti che ha incontrato durante i suoi Clinic Camps: negli Stati Uniti allena ragazzi delle High School, in Italia, invece, durante i Camps ha a che fare con atleti di differenti età: escludendo il tasso tecnico, evidentemente, diverso: vede lo stesso entusiasmo e voglia d’imparare?

Questo sport è fenomenale perché raggruppa età, fisici e mentalità diverse. Ho trovato molto entusiasmo ed e’ stata una sfida. Qui e’ molto più facile, i ricevitori prendono la palla, i linebacker placcano, le safety guardano il quarterback e si muovono … molto più facile! io ho imparato tantissimo in Italia e tornerò per imparare ancora di più. Va considerato poi che il modo piu’ semplice di imparare e’ di fare allenamento al livello piu’ alto possibile. Il mio progetto e’ di riportare atleti italiani qui in USA ogni anno per allenarli con i metodi e la velocita’ del gioco qui. Ad esempio in giugno ho aperto il camp a Tampa ad atleti italiani che vogliono migliorare e sperimentare un mese di allenamento in USA.

  • Uno scambio continuo d’insegnamenti tra Stati Uniti ed Italia insomma, per la serie non si finisce mai d’imparare, ma non facciamoci sentire dai puristi di questo sport, potrebbero storcere il naso ehehehe. Andiamo sul personale, se mi è consentito: THE BULLET, come nasce questo soprannome?

Nel 1981, nei Falchi, Michele Cimino, mitica guardia, mi soprannominò “STUFIONE” cosa che poi venne scritta sulla mia maglia da gioco… in inglese “Bullet” titolo di un libro mai finito .. non ho tempo!

  • Ha vinto da atleta, da allenatore e anche con la chitarra non è niente male: c’è qualcosa che non le riesce bene?

Non so fare parecchie cose ma le tengo per me.

  • Una delle prime cose che dice durante i Camp è il NO al doping a favore di una sana alimentazione: lo ribadiamo?

Come atleta io sono cresciuto a tortelloni e grana padano … tutte ma dico tutte le sostanze che regolano l’orologio dell’organismo possono essere considerate possibili droghe. I miei atleti non prendono neanche Frullati di proteine o bevande a basa di caffeina … noi facciamo tutto il possibile per evitare che l’atleta usi droghe, legali e non legali e possa pensare ed agire con il suo potenziale e non con il cervello in un muscolo.Purtroppo l’immagine che arriva dagli States e di ragazzi enormi e pompatissimi … ma ci si dimentica che hanno costruito il loro fisico in ANNI di lavoro senza sostanze aggiunte. La quantità di lavoro fatto dai 5 ai 18 anni è la differenza nella fisicità del gioco qui, non i centimetri del braccione da spiaggia. Non entro neanche nel discorso di quanto male fà usare sostanze stupefacenti, io personalmente evito anche l’aspirina se posso.

  • Il messaggio non poteva essere più chiaro. Ultima domanda: un vecchio insegnamento che porta ai suoi ragazzi?

“Pensa con la tua testa ma ascolta sempre con il tuo cuore”. troppo romantico?

Lo dirò al prossimo difensore che mi placcherà, vedremo lui cosa ne pensa… Purtroppo il tempo a nostra disposizione è finito, è stato veramente un piacere conoscere chi ha fatto e sta facendo tanto per il football americano in Italia e non solo.

Arrivederla Coach, grazie della disponibilità e in bocca al lupo per i suoi ragazzi e per i suoi progetti.

Francesco Morra – Ufficio Stampa Crabs

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