Le immagini circolate nelle ultime ore hanno incuriosito tifosi ed esperti: Carlos Alcaraz è stato ripreso in allenamento con un occhio coperto da un cono di plastica morbida, bucherellato per evitare che si formi condensa. Un accessorio che lo fa somigliare a un pirata più che a un tennista, ma dietro questa scena curiosa non c’è nulla di stravagante, tantomeno un rito scaramantico: si tratta di una precisa tecnica di allenamento, nota come Sport Vision Training.
Lo spagnolo, fermo dai primi giorni di aprile per un infortunio al polso, sta accelerando i tempi di recupero in vista del rientro in campo al Masters 1000 di Cincinnati, in programma dal 13 al 23 agosto. Dopo aver ricevuto il via libera dello staff medico per tornare ad allenarsi a pieno regime, Alcaraz ha ripreso a colpire la pallina anche con un occhio coperto, in particolare quello destro, utilizzato soprattutto nei colpi di rovescio.
Il meccanismo alla base dell’esercizio è spiegato dal medico fisiatra Andrea Bernetti, docente all’Università del Salento e segretario generale della Società italiana di medicina fisica e riabilitativa: coprendo l’occhio dominante, quello che normalmente guida la percezione visiva, il cervello dell’atleta è costretto a fare affidamento sull’occhio non dominante, definito anche occhio tattico. Questo obbliga il sistema nervoso a elaborare in modo diverso le informazioni su profondità, velocità e traiettoria della pallina, stimolando circuiti cerebrali solitamente meno utilizzati.
In discipline come il tennis, dove la palla può superare i 200 chilometri orari, capacità come la percezione della profondità, la sensibilità al contrasto, la visione periferica e il tracciamento di oggetti veloci diventano decisive. L’obiettivo dell’allenamento bendato è proprio potenziare queste funzioni, così che l’input visivo si trasformi in una risposta motoria più rapida ed efficiente. Una volta tolto il cono, secondo gli specialisti, il sistema visivo va incontro a una sorta di “ricalibrazione” immediata: molti atleti raccontano la sensazione che la pallina si muova più lentamente e che il campo visivo risulti più nitido.
Non si tratta di un’intuizione isolata: diversi studi scientifici degli ultimi anni sostengono l’efficacia del metodo. Una ricerca del 2023, condotta su un gruppo di tennisti per otto settimane, ha mostrato miglioramenti nella coordinazione occhio-mano e nei tempi di reazione, pur senza variazioni nell’acuità visiva statica. Un lavoro successivo, del 2024, ha aggiunto che questo tipo di allenamento aiuta anche a ridurre l’affaticamento visivo e a diminuire gli errori in campo.
Nessun allarme, dunque, dietro l’immagine curiosa rimbalzata sui social: solo scienza applicata al tennis, nel tentativo di trasformare un piccolo limite visivo temporaneo in un vantaggio competitivo una volta tornato in campo a viso scoperto.
