Una bufera senza precedenti si è abbattuta sul calcio sudcoreano dopo che l’emittente televisiva nazionale JTBC ha portato alla luce un rapporto di audit governativo del 2016 secondo cui la federazione calcistica nazionale avrebbe sistematicamente offerto servizi sessuali agli arbitri stranieri tra il 2011 e il 2012.
Secondo il documento ottenuto da JTBC e compilato dal Ministero dello Sport, della Cultura e del Turismo, la Korea Football Association avrebbe utilizzato carte di credito aziendali per sostenere spese presso centri massaggi e altri locali a luci rosse di Seoul e di altre città che ospitavano partite internazionali. Secondo l’inchiesta, tali spese comprendevano anche servizi sessuali. Le somme ammontavano a centinaia di migliaia di won, equivalenti a diverse centinaia di euro, nei giorni immediatamente precedenti e successivi agli incontri.
Lo scandalo coinvolge circa una dozzina di arbitri e commissari di gara provenienti da Giappone, Emirati Arabi Uniti, Iran, Bahrein e Uzbekistan, chiamati a dirigere sette partite ufficiali. Tra queste figurano qualificazioni olimpiche per Londra 2012 e qualificazioni ai Mondiali del 2014, comprese la vittoria per 2-0 contro l’Oman il 21 settembre 2011, il pareggio a reti inviolate con il Qatar il 14 marzo 2012 e la vittoria per 2-0 sul Kuwait il 29 febbraio 2012 che permise alla Corea del Sud di avanzare alla fase successiva delle qualificazioni mondiali.
Un dato significativo emerge dai risultati sportivi: la Corea del Sud non perse nessuna delle sette partite finite al centro dell’inchiesta, ottenendo cinque vittorie e due pareggi. Sebbene la squadra asiatica partisse favorita in tutti gli incontri e sia difficile stabilire una correlazione diretta tra i presunti favori e i risultati sul campo, la circostanza getta un’ombra sull’integrità di quelle competizioni.

Secondo quanto riportato da JTBC, diverse testimonianze sembrerebbero confermare questa ricostruzione. Un dipendente dell’ufficio arbitrale ha ammesso di aver pagato centri massaggi, spiegando che il costo del massaggio comprendeva anche altri servizi. L’ex funzionario ha dichiarato: “Ho offerto questo tipo di intrattenimento perché gli arbitri stranieri me lo avevano richiesto in luoghi come l’aeroporto o i loro alloggi“. Altri ex dirigenti della federazione hanno confermato all’emittente che si trattava di una pratica diffusa all’epoca, con alcuni che hanno persino sostenuto che situazioni simili fossero ancora più gravi in altri Paesi.
La risposta della KFA è stata immediata ma evasiva. In un comunicato ufficiale, la federazione ha dichiarato che i fatti risalgono a circa 15 anni fa e che, poiché il periodo di conservazione dei documenti è di soli cinque anni, non può fornire dettagli precisi sulle circostanze. La nota aggiunge che, pur riconoscendo la possibilità che vi sia stato un episodio spiacevole, negli anni la federazione ha introdotto linee guida interne più rigorose per rispondere al crescente livello di attenzione dell’opinione pubblica.
Le critiche internazionali non si sono fatte attendere. Il magazine giapponese The World ha scritto che l’atto stesso di fornire un’ospitalità inappropriata agli arbitri incaricati di partite internazionali mina l’equità e l’etica dello sport, definendo la vicenda non solo un duro colpo per la KFA ma anche una questione destinata ad avere ripercussioni sull’intera comunità calcistica internazionale. Il sito di notizie calcistiche giapponese Sakanowa ha sottolineato come il caso potrebbe creare tensioni tra le federazioni dei due Paesi, soprattutto se dovessero emergere i nomi degli arbitri giapponesi coinvolti.
Dal punto di vista legale, le conseguenze formali appaiono improbabili. Il codice etico della FIFA prevede un periodo di prescrizione da cinque a dieci anni per le violazioni, mentre per i casi di corruzione il termine è di dieci anni. Gli abusi sessuali, le molestie e lo sfruttamento non sono soggetti a prescrizione, ma il pagamento di servizi sessuali potrebbe non rientrare in questa categoria. Anche gli eventuali termini di prescrizione penale risultano ormai scaduti.
Resta quindi soprattutto il peso reputazionale della vicenda: al di là dell’eventuale impossibilità di procedere sul piano disciplinare o penale, le rivelazioni hanno riacceso il dibattito sull’integrità delle competizioni internazionali e sui controlli adottati dalle federazioni calcistiche.
