Una partita di calcio dura 90 minuti perché le Regole del Gioco stabiliscono che sia divisa in due tempi uguali da 45 minuti. Oggi questa durata sembra naturale, ma non è sempre stata così: nei primi anni del calcio non esisteva un tempo prestabilito e ogni incontro seguiva accordi diversi. Solo nella seconda metà dell’Ottocento si arrivò a uno standard che è rimasto sostanzialmente invariato fino ai giorni nostri.
La norma è contenuta nella Regola 7 delle Laws of the Game, il regolamento redatto dall’International Football Association Board (IFAB), l’organismo che stabilisce le regole del calcio a livello mondiale. La disposizione prevede che una gara sia composta da due tempi di 45 minuti ciascuno. Una durata diversa è ammessa soltanto in casi particolari, se prevista dal regolamento della competizione e concordata prima dell’inizio dell’incontro.
Ma perché proprio 90 minuti? La risposta si trova nella storia del calcio moderno. Nella prima metà dell’Ottocento ogni scuola e ogni club seguivano regole proprie, compresa la durata delle partite. In molti casi erano i capitani delle squadre a decidere quanto dovesse durare l’incontro prima del fischio d’inizio. Alcune sfide superavano abbondantemente le due ore, altre terminavano quando una squadra raggiungeva un determinato vantaggio nel punteggio.
Una delle prime partite disputate con la formula dei 90 minuti risale al 1862, quando si affrontarono gli ex studenti dei college inglesi di Eton e Harrow all’Università di Cambridge. Non si trattava ancora di un incontro ufficiale secondo le regole della Football Association, ma rappresentò un passaggio importante verso la standardizzazione del gioco.

Il vero punto di svolta arrivò pochi anni più tardi. Dopo la nascita della Football Association, fondata nel 1863 per unificare le regole del calcio inglese, il primo incontro ufficiale disputato in due tempi da 45 minuti fu la sfida tra Londra e Sheffield del 31 marzo 1866. Da quel momento il formato da 90 minuti iniziò a diffondersi fino a diventare lo standard internazionale adottato ancora oggi.
Anche il recupero, ormai parte integrante di qualsiasi partita, ha una storia particolare. Per molti anni il cronometro si fermava esattamente allo scadere dei 90 minuti, senza compensare il tempo perso durante il gioco. Questo cambiò dopo un episodio rimasto celebre.
Nel 1892, durante una partita tra Aston Villa e Stoke City, l’arbitro assegnò un calcio di rigore agli ospiti quando mancavano pochi minuti alla fine. Il portiere dell’Aston Villa ritardò deliberatamente la ripresa del gioco fino allo scadere del tempo regolamentare. L’arbitro fischiò la fine dell’incontro senza che il rigore fosse battuto e lo Stoke City perse così la possibilità di pareggiare. L’episodio evidenziò un vuoto regolamentare e contribuì all’introduzione del tempo di recupero.
Oggi il recupero è disciplinato in modo molto più preciso. L’IFAB stabilisce che l’arbitro debba aggiungere il tempo perso per sostituzioni, soccorso agli infortunati, provvedimenti disciplinari, perdite di tempo volontarie, controlli e revisioni VAR, festeggiamenti dopo un gol, pause per motivi medici e qualsiasi altra interruzione significativa.
