I calciatori sono una delle categorie più privilegiate al mondo: guadagni altissimi, belle auto, una vita agiata. Eppure, non è tutto oro quello che riluce. Le parole rilasciate dall’ex giocatore di Lazio e Chelsea, Gaël Kakuta, aprono uno squarcio sulla vera realtà dei professionisti del pallone e il quadro non è confortante. Intervistato da Capté l’ex nazionale congolese ha detto: “Il 90%, direi addirittura il 99,9% dei calciatori è infelice“. Una dichiarazione che, pronunciata da chi con la depressione ha combattuto in prima persona, ha un valore enorme.
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Kakuta, cresciuto nelle giovanili del Chelsea e passato per la Lazio nel 2014 dove ha collezionato una sola presenza, si è soffermato sul tema della salute mentale nello sport, argomento ancora troppo spesso considerato tabù nel mondo del pallone. “I calciatori hanno un fardello molto pesante da portare e grandi responsabilità sulle spalle. A nessuno importa come si sentono veramente e vivono in un mondo in cui bisogna dare sempre il massimo“, ha spiegato il trequartista.
Il ritratto che emerge dalle sue parole è quello di una generazione di giovani ricchissimi e idolatrati, ma profondamente soli. Per sopravvivere a un sistema che pretende prestazioni da robot, ognuno si anestetizza come può. “Alcuni riescono a divertirsi, altri giocano ai videogiochi; ci sono diverse forme di dopamina che fanno perdere il contatto con la realtà“, racconta Kakuta, descrivendo un ecosistema dove le dipendenze digitali e le distrazioni artificiali vengono usate come scudo contro il vuoto.
“Molti fuggono dalla solitudine perché affrontarla significa affrontare se stessi“, prosegue l’ex fantasista, mettendo il dito su una piaga che tocca trasversalmente il calcio moderno.
Il 35enne descrive poi la difficoltà di costruire relazioni autentiche quando si vive circondati dall’opulenza: “Non sai nemmeno chi ti sta intorno, non sai chi c’è e perché. Non sai se le tue relazioni sono reali“. Una testimonianza cruda che solleva interrogativi profondi sulla qualità dei rapporti umani nell’ambiente del calcio professionistico.
“Alcune persone si chiudono in una bolla, senza rendersi conto di cosa stia realmente succedendo. Una fetta molto ampia della popolazione indossa maschere“, ha aggiunto Kakuta, tracciando un quadro di isolamento emotivo dietro le apparenze scintillanti.
Per quanto riguarda il suo percorso personale, l’ex calciatore è riuscito ad affrontare i suoi problemi di salute mentale aggrappandosi alla religione, che gli ha permesso di ritrovare equilibrio e dare un senso alla propria esistenza oltre il campo da gioco.
