Prima del 1992 vedere Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird nella stessa squadra sembrava impossibile. Erano le stelle che avevano dominato e diviso la NBA per un decennio, trasformando ogni loro sfida in un evento mondiale. Poi arrivarono le Olimpiadi di Barcellona e, per la prima volta, gli Stati Uniti decisero di schierare i professionisti NBA. Nacque così il Dream Team, una squadra destinata a cambiare per sempre la storia del basket.
Quella squadra, l’8 agosto 1992, conquistò la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona battendo la Croazia 117-85. Ma quella finale rappresentò solo l’ultimo atto di un torneo che aveva già scritto la storia. Prima ancora dell’inizio delle gare, infatti, molti avversari chiedevano autografi, fotografie e perfino le scarpe ai campioni americani.
A distanza di oltre trent’anni, il Dream Team del 1992 continua a essere considerato la più grande nazionale mai assemblata. Non tanto perché abbia vinto l’oro olimpico, impresa riuscita più volte agli Stati Uniti, ma perché per la prima volta riunì sotto la stessa bandiera i migliori giocatori della NBA. Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, tre uomini che avevano dominato e alimentato la più grande rivalità del basket americano negli anni Ottanta, si ritrovarono finalmente dalla stessa parte del campo. Accanto a loro c’erano Scottie Pippen, Charles Barkley, Karl Malone, John Stockton, David Robinson, Patrick Ewing, Clyde Drexler, Chris Mullin e Christian Laettner, unico universitario del gruppo.
La svolta arrivò dopo il deludente bronzo conquistato dagli Stati Uniti ai Giochi di Seul del 1988. La FIBA aprì la partecipazione ai professionisti NBA e Team USA decise di presentarsi ai Giochi con il meglio che il basket potesse offrire. L’allenatore Chuck Daly descrisse quella squadra con una frase rimasta celebre: “Era come mettere insieme Elvis e i Beatles“.
L’impatto fu immediato. Già durante il Torneo delle Americhe, disputato poche settimane prima delle Olimpiadi per ottenere la qualificazione, gli avversari iniziarono a vivere le partite come un’occasione irripetibile. Dopo il successo per 136-57 contro Cuba, i giocatori cubani si misero in fila per chiedere fotografie e autografi ai campioni americani.
A Barcellona la scena si ripeté continuamente. Le squadre rivali cercavano maglie, scarpe e fotografie, a volte persino durante le partite. NBA.com racconta perfino di un giocatore che, mentre marcava Magic Johnson, richiamò un compagno con la macchina fotografica per immortalare il momento. Un’immagine che spiega meglio di qualsiasi statistica quanto quella squadra fosse percepita come qualcosa di irripetibile.
Gli Stati Uniti vinsero tutte e otto le partite con uno scarto medio di 43,8 punti, segnando 117,3 punti a gara, ancora oggi un record olimpico. Nessun avversario riuscì mai ad avvicinarsi davvero: la finale contro la Croazia, la squadra di Dražen Petrović e Toni Kukoč, fu il match più equilibrato, ma si concluse comunque con 32 punti di differenza. Chuck Daly non ebbe nemmeno bisogno di chiamare un timeout durante l’intero torneo, un dato che racconta meglio di ogni altro il dominio di quella formazione.
