No, non è un errore: il Gran Premio del Bahrain si correrà in Malesia, sul circuito di Sepang. Ed è una cosa mai vista in 77 edizioni del campionato che sta generando confusione tra gli appassionati e che rappresenta un caso unico nel panorama internazionale.
La situazione nasce dalle tensioni belliche che stanno interessando il Medio Oriente ormai da mesi. Gli eventi hanno portato alla cancellazione degli appuntamenti previsti a Sakhir, in Bahrain, programmato per il 12 aprile, e a Jeddah, in Arabia Saudita, una settimana dopo. La scelta è stata obbligata e ha costretto la Formula 1 a osservare una pausa primaverile di circa un mese, dal Giappone di fine marzo a Miami dei primi di maggio.
Tuttavia, il patron Stefano Domenicali ha sperato fino all’ultimo di poter recuperare almeno una di quelle due gare. Ancora più motivato è stato il governo del Bahrain, che è riuscito a trovare la disponibilità della Malesia e del circuito di Sepang a ospitare la competizione. La gara è stata collocata in uno dei pochi buchi del calendario rimasti, tra l’Azerbaijan e Singapore, costringendo il circus a un massacrante trittico di gare consecutive.
La particolarità che rende questo evento eccezionale riguarda proprio la denominazione e l’aspetto economico. Nonostante la gara si svolga fisicamente in Malesia, l’evento ha mantenuto il nome ufficiale di Gran Premio del Bahrain perché il governo bahreinita si sobbarca quasi interamente i costi dell’organizzazione, mantenendo però contemporaneamente i diritti commerciali.
Il Bahrain ha infatti versato a Liberty Media la tassa di iscrizione per disputare il Gran Premio, una cifra che si aggira tra i 70 e gli 80 milioni di dollari. Questa è la condizione imprescindibile che garantisce al Bahrain di mantenere intatti tutti i propri diritti contrattuali e commerciali, nonostante la gara si svolga a oltre 6.000 chilometri di distanza dal proprio territorio. La Malesia pagherà soltanto metà delle spese di preparazione del circuito, mentre l’altra metà rimane a carico del governo bahreinita. Inoltre, Gulf Air, la compagnia aerea nazionale del Bahrain, mantiene la sponsorizzazione della gara.

Sostanzialmente, il Bahrain ha letteralmente affittato un autodromo per disputare il Gran Premio che non può tenere sul proprio territorio. Una situazione che non si era mai verificata nella storia della Formula 1 e che risulta confusionaria anche per i più esperti.
Nonostante esistano precedenti di Gran Premi cross-border nella storia della F1, questa dinamica è completamente diversa. Non era mai capitato che un GP traslocasse a stagione in corso, andando a disputarsi a migliaia di chilometri di distanza. Le denominazioni cross-border del passato erano stratagemmi per avere due circuiti della stessa nazione in calendario, come il celebre Gran Premio di San Marino a Imola, oppure il Gran Premio del Lussemburgo al Nurburgring.
L’unica situazione lontanamente affine può essere considerata quella legata al Gran Premio di Svizzera che, dal 1950 al 1954, si è tenuto a Bremgartner e poi, nel 1982, visse un’edizione a Digione, in Francia, dove in quegli anni si correva occasionalmente il Gran Premio di Francia. Tuttavia, anche in quel caso, si trattò di uno stratagemma per consentire all’autodromo di organizzare una gara, non il contrario. E soprattutto Digione dista circa 60 chilometri dal confine elvetico, non 6.000 chilometri con in mezzo un oceano come nel caso del Bahrain e Sepang.
Per gli stessi motivi che hanno portato la Formula 1 a recuperare la gara del Bahrain in Malesia, rimane viva la speranza che sia il circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola a ospitare il gran finale di stagione tra fine novembre e inizio dicembre. Nonostante le continue rassicurazioni degli organizzatori locali, le gare di Qatar e Abu Dhabi che chiuderanno il campionato sono in forte dubbio se l’escalation bellica non subirà un forte ridimensionamento. Imola ha da tempo dato ampia disponibilità con la sua struttura permanente a ospitare l’ultima gara dell’anno.
