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    Home»Storie»I fratelli Baresi, la storia mai raccontata: orfani, avversari nei derby, uniti per sempre.
    Storie

    I fratelli Baresi, la storia mai raccontata: orfani, avversari nei derby, uniti per sempre.

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti31 Luglio 2026 17:00Updated:3 Agosto 2026 9:52Nessun commento3 Mins Read
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    Beppe e Franco Baresi
    Beppe e Franco Baresi
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    C’è una vicenda personale di Franco Baresi che racconta, forse, ancora meglio chi fosse davvero l’uomo dietro la leggenda: quella con il fratello maggiore Beppe, bandiera dell’Inter, avversario per una vita intera nei derby di Milano ma legato a lui da un rapporto che nessuna rivalità sportiva è mai riuscita a scalfire.

    Franco e Beppe nascono a Travagliato, in provincia di Brescia, a due anni di distanza l’uno dall’altro. Crescono insieme a una sorella e a un fratello maggiore che il calcio non lo sfiorerà mai, in una famiglia che conosce presto il dolore: la madre muore nel 1971 per una malattia, il padre qualche anno più tardi, lasciando i due ragazzi orfani rispettivamente a 16 e 14 anni. È l’oratorio del paese, e l’unica squadra in cui i due fratelli giocheranno realmente insieme prima di diventare simboli di due sponde opposte, a forgiarne il carattere.

    Ed è proprio un allenatore di quella squadra giovanile a portare entrambi a un provino con l’Inter, mantenendo una promessa fatta alla madre. Il destino, però, gioca uno scherzo curioso: Beppe, cresciuto tifando Milan, viene selezionato dai nerazzurri; Franco, che invece da bambino simpatizzava per l’Inter, dovrà aspettare prima di trovare posto nel vivaio rossonero. Da lì in poi, le loro strade si separano per intraprendere due percorsi paralleli fatti della stessa fedeltà assoluta a colori opposti.

    Beppe debutta nel derby da titolare nel novembre 1973, mentre la prima stracittadina giocata da avversari arriva solo cinque anni dopo, nel novembre 1978. Sarà una carriera lunga e solida quella di Beppe con la maglia dell’Inter: quasi seicento presenze, due scudetti, due Coppe Italia e una Coppa Uefa, in un ruolo che seppe reinventare tra terzino, centrale e mediano. Meno fortunato il cammino in Nazionale, dove restò fuori dal Mondiale del 1982 vinto dall’Italia, salvo tornare in azzurro nel 1986 in Messico.

    Franco, dal canto suo, con il Milan conquistò praticamente tutto: sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe europee. Diventa campione del mondo in Spagna nel 1982 pur senza scendere in campo, terzo a Italia ’90 e protagonista assoluto a USA ’94, quando stupì tutti tornando in campo in tempi record dopo un intervento al menisco per giocare la finale contro il Brasile, salvo poi piangere per l’errore decisivo ai rigori.

    Le due strade, divise per tutta la carriera, si sono ricongiunte una sola volta sul rettangolo verde: nel 1997, alla partita d’addio al calcio di Franco, quando Beppe, ritiratosi già da tre ann, tornò in campo per un ultimo, commovente abbraccio tra fratelli, prima da avversari e per sempre uniti nella vita.

    La loro, dunque,è una storia di umiltà, sacrificio e appartenenza che oggi, nel giorno del lutto rossonero, torna a raccontare non solo il campione, ma l’uomo che Franco Baresi è stato: taciturno, semplice, capace di meritarsi l’eternità restando fedele a se stesso fino in fondo.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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