Sul percorso della Hengshui Lake Marathon, in Cina, la venticinquenne Li Meizhen, originaria del Fujian, ha vissuto un imprevisto capace di trasformarsi in un caso mediatico globale. Al trentaquattresimo chilometro di gara, a soli otto chilometri dal traguardo, all’atleta sono sopraggiunte in modo improvviso e del tutto inaspettato le mestruazioni.
Senza alcuna protezione a disposizione e con il sangue che le rigava visibilmente le cosce, Li Meizhen ha scelto comunque di proseguire. Fermarsi, in quel momento, avrebbe significato perdere il tempo utile per qualificarsi ai prossimi campionati, con la prospettiva di dover affrontare da capo un’altra estenuante maratona in futuro. Con quella determinazione, la fondista ha continuato a correre fino all’ultimo metro, tagliando il traguardo in 2 ore, 35 minuti e 7 secondi e piazzandosi al sedicesimo posto della classifica assoluta.
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Le immagini del suo arrivo, diffuse sui social network, hanno fatto rapidamente il giro del mondo. In poche ore Li Meizhen è diventata un simbolo globale legato al tema della liberazione dal tabù che da sempre circonda il ciclo mestruale. Per decenni, infatti, la fisiologia del corpo femminile è stata relegata nell’ombra della vergogna, spingendo generazioni di donne a nascondere un fenomeno naturale come le mestruazioni. Il gesto della maratoneta cinese ha, in un certo senso, ribaltato questa narrazione, trasformando quell’immagine in un simbolo di forza e determinazione.
Non tutte le reazioni, però, sono state di segno positivo. Se da un lato migliaia di utenti e pagine social hanno celebrato il gesto della fondista, dall’altro non sono mancati commenti critici e superficiali. Alcuni utenti hanno accusato l’atleta di scarsa organizzazione, mentre altri hanno utilizzato la sua prestazione per sminuire le battaglie portate avanti da tempo sul tema del congedo mestruale, sostenendo che se una donna riesce a completare una maratona in quelle condizioni, allora i dolori legati al ciclo non rappresenterebbero un reale ostacolo. Proprio su questo punto si concentra la riflessione più importante legata alla vicenda.
La determinazione di Li Meizhen merita rispetto, ma non può e non deve diventare un metro di giudizio universale per valutare l’esperienza di milioni di altre donne. Il ciclo mestruale, infatti, non si presenta allo stesso modo per tutte: se un’atleta professionista può in alcuni casi gestire lo sforzo fisico anche in quelle condizioni, esistono moltissime persone che convivono con sintomi fortemente invalidanti, spesso legati a patologie come endometriosi o adenomiosi, condizioni ancora troppo sottovalutate dal punto di vista medico e sociale.
La vicenda di Li Meizhen, dunque, più che offrire un modello da imitare, apre una riflessione più ampia: non esiste un unico modo “giusto” di vivere il proprio corpo, e la straordinarietà di un’impresa sportiva non può cancellare il diritto di chi, in condizioni diverse, ha bisogno di fermarsi.
