Ci mancavano anche le questioni fiscali. Il finale di stagione della Formula 1 è al centro di un dibattito che va ben oltre le questioni sportive. Nel paddock di Sepang, mentre i team si preparano per le ultime gare del campionato, la contesa tra Imola e le tappe mediorientali di Qatar e Abu Dhabi si arricchisce di un elemento inaspettato: le tasse italiane.
L’autodromo Enzo e Dino Ferrari ha predisposto un piano alternativo per ospitare una delle gare finali, qualora la Formula 1 decidesse di non disputare gli appuntamenti in Medio Oriente a causa delle tensioni geopolitiche nell’area. Il calendario ufficiale conferma per il momento Qatar e Abu Dhabi, ma Imola rimane in standby come soluzione di riserva.
Le opinioni dei piloti sono profondamente divise. Max Verstappen ha espresso perplessità sull’opportunità di correre in una regione coinvolta in un conflitto, sostenendo che la Formula 1 non dovrebbe disputare gare in un luogo attualmente impegnato in una guerra. Lewis Hamilton, invece, ha sollevato dubbi tecnici, citando la difficoltà di effettuare sorpassi sul circuito romagnolo e le incognite legate alle condizioni meteorologiche di dicembre.
Ma è stato Valtteri Bottas a portare alla luce un tema rimasto fino a questo momento nell’ombra, molto sentito tra colleghi e scuderie. Interrogato sulla questione in finlandese, il pilota della Cadillac ha dichiarato senza mezzi termini: “Non so se avete sentito parlare delle tasse italiane. Nessun pilota vuole realmente correre in Italia a causa di quello che è successo lì“.
Le parole di Bottas fanno riferimento a una controversia fiscale che ha coinvolto i protagonisti del Circus nei mesi scorsi. La questione è emersa da accertamenti dell’Agenzia delle Entrate italiana, che ha considerato i piloti stranieri e i team con sede fuori dall’Italia come lavoratori autonomi. Durante i weekend di gara a Monza e Imola, questi soggetti hanno operato sul suolo italiano generando profitto, ma i rispettivi team non hanno versato le imposte relative a tali prestazioni lavorative.
La Guardia di Finanza di Bologna ha condotto un’indagine approfondita che ha portato al recupero di poco meno di 100 milioni di euro di imposte evase. L’Erario ha richiesto il pagamento degli importi dovuti direttamente ai piloti coinvolti, che si sono trovati a dover saldare cifre considerevoli per le giornate di lavoro svolte in Italia.
La disputa si è parzialmente risolta con i pagamenti effettuati, ma ha lasciato un diffuso malcontento nel paddock. Secondo quanto riferito da Bottas, questo precedente ha creato un forte deterrente tra i protagonisti della Formula 1, che non vedrebbero di buon occhio l’aggiunta di un secondo Gran Premio in Italia dopo quello di Monza disputato a inizio settembre.
Il pilota finlandese ha concluso la questione con una battuta che sottolinea le implicazioni pratiche della vicenda: “Penso che se la Formula 1 deciderà di andare in Medio Oriente allora sarà perché non lo reputa un pericolo, altrimenti non si assumerebbe un tale rischio. E poi ad Abu Dhabi non ci sono tasse, giusto?“.
Il commento ironico di Bottas mette in evidenza come anche le variabili fiscali possano influenzare le decisioni strategiche del motorsport. La preferenza per le trasferte in Qatar e Abu Dhabi non sarebbe quindi motivata solo da considerazioni sportive o logistiche, ma anche da questioni economiche concrete che riguardano direttamente i piloti. E sui soldi, raramente si scherza.
