A quasi sei anni dalla scomparsa di Diego Armando Maradona, avvenuta il 25 novembre 2020, il processo che vede imputati sette professionisti sanitari dell’équipe che seguiva l’ex campione argentino sta facendo emergere dettagli devastanti sugli ultimi giorni di vita del Pibe de Oro. Il procedimento giudiziario, in corso a San Isidro nell’area metropolitana di Buenos Aires, si concentra su presunte omissioni e negligenze nell’assistenza che, secondo l’accusa, potrebbero aver contribuito alla morte della leggenda del calcio mondiale.
Tra le testimonianze più drammatiche raccolte in aula c’è quella di Nicolás Taffarel, il massaggiatore personale di Maradona, che ha descritto tra le lacrime le condizioni fisiche e psicologiche del campione nelle settimane precedenti al decesso. Il racconto di Taffarel, accompagnato da messaggi audio riprodotti durante l’udienza, dipinge un quadro straziante di abbandono e degrado progressivo.
Il 24 novembre 2020, appena un giorno prima della morte, Taffarel ebbe l’ultimo incontro con Maradona. In quell’occasione, il massaggiatore propose all’ex capitano dell’Albiceleste di trascorrere del tempo insieme bevendo un mate, bevanda tradizionale argentina. La risposta di Diego fu lapidaria: “Non voglio niente, Taffita, basta così“. Quando il massaggiatore gli chiese cosa intendesse con quelle parole, Maradona ripeté semplicemente: “Va bene così” e che ha assunto nel tempo un significato profetico.
Davanti ai giudici, Taffarel ha raccontato che nelle settimane precedenti alla morte Maradona non si alzava dal letto, non voleva mangiare e non voleva lavarsi. Il massaggiatore, visibilmente commosso durante la deposizione, ha spiegato di aver più volte espresso le proprie preoccupazioni allo staff medico, chiedendo un monitoraggio più costante e invitando i sanitari a visitare il paziente ogni giorno. “Ho fatto presente i problemi che riscontravo in lui, ma non ho visto né azioni concrete né una rapida risoluzione“, ha dichiarato.

Il deterioramento fisico di Maradona era evidente e allarmante. “Era gonfio, aveva le gambe gonfie“, ha riferito Taffarel, descrivendo una condizione di edema che avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme immediato per qualsiasi professionista sanitario. Nei messaggi WhatsApp esibiti come prova durante il processo, il massaggiatore aveva ripetutamente allertato il medico di cabecera Leopoldo Luque sulla gravità della situazione, scrivendo frasi come “è totalmente edematizzato” e “è gonfiato come un pallone“.
Secondo il racconto di Taffarel, i medici lo rassicuravano costantemente: “Mi dicevano di stare tranquillo, che queste cose sarebbero passate. Quando sei nervoso, ti fidi di loro, ti dici che passerà, che tutto si risolverà. Ma non è successo“. Un altro elemento emerso durante la testimonianza riguarda la sospensione dei diuretici dalla terapia di Maradona poco prima della sua morte, decisione di cui Taffarel venne a conoscenza tramite una infermiera. Quando chiese spiegazioni a Luque, questi si deresponsabilizzò affermando che la gestione farmacologica era competenza dei medici dell’assicurazione sanitaria Swiss Medical.
Tuttavia, il medico di Swiss Medical, Pedro Di Spagna, ha dichiarato nel corso del processo di aver visto Maradona una sola volta e di non aver mai indicato l’interruzione di alcun farmaco. Questa contraddizione rappresenta uno dei punti chiave dell’accusa, che cerca di ricostruire la catena di responsabilità nell’assistenza sanitaria fornita all’ex campione.
Secondo le perizie forensi, Diego sarebbe morto dopo diverse ore di agonia, anche se gli esperti non concordano sulla durata esatta di questo calvario. L’autopsia ha confermato come causa della morte un edema acuto del polmone su una miocardiopatia cronica riacutizzata da insufficienza cardiaca, una condizione che, secondo i consulenti dell’accusa, avrebbe potuto essere gestita con un’adeguata assistenza ospedaliera.
Durante il processo sono emerse anche conversazioni della chat di gruppo dei custodi della residenza dove risiedeva Maradona. In questi messaggi, scambiati subito dopo la morte del campione, gli addetti alla sicurezza commentavano che i medici “se la stavano facendo sotto” e che sarebbero finiti “in galera“. Queste conversazioni sembrano confermare che anche persone esterne all’équipe medica percepissero la gravità della situazione e l’inadeguatezza dell’assistenza fornita.
I sette imputati, che rischiano fino a 25 anni di carcere, respingono ogni accusa. La maggior parte sostiene di aver operato esclusivamente nell’ambito delle proprie competenze professionali e che il proprio ruolo non abbia avuto alcun legame diretto con le cause della morte. Il processo, destinato ad andare avanti ancora a lungo, dovrà stabilire se le presunte negligenze e omissioni configurino una responsabilità penale per la morte di uno degli sportivi più amati e celebrati della storia del calcio mondiale.
