Alla vigilia della finale mondiale tra Spagna e Argentina, Luis de la Fuente ha chiarito subito uno dei temi tattici più discussi: Lionel Messi non sarà marcato a uomo. Il commissario tecnico spagnolo ha spiegato che servirà un’attenzione collettiva, evitando di affidare il fuoriclasse argentino a un solo difensore. Una scelta che riapre un dibattito antico quanto il calcio moderno: per fermare un campione basta un “angelo custode” oppure serve il lavoro dell’intera squadra?
Secondo De la Fuente, Messi rappresenta ancora un modello assoluto per il calcio mondiale e proprio per questo richiede una gestione speciale. Non un duello individuale, ma un’organizzazione difensiva capace di accorciare gli spazi, raddoppiare nei momenti giusti e limitare le linee di passaggio.
Indice
Gentile-Maradona, la marcatura entrata nella storia
Quando si parla di marcature a uomo, il primo ricordo porta inevitabilmente ai Mondiali del 1982. Claudio Gentile ricevette il compito di seguire Diego Armando Maradona ovunque durante Italia-Argentina del secondo girone. Il difensore azzurro disputò una partita durissima, fatta di anticipo, contatto fisico e pressione continua, limitando fortemente il numero 10 argentino. L’Italia vinse 2-1 e da quella partita costruì il percorso che l’avrebbe portata al titolo mondiale.
Quell’incontro è ancora oggi considerato uno dei migliori esempi di marcatura individuale riuscita, anche se fu possibile grazie a una squadra estremamente compatta, pronta ad aiutare Gentile in ogni fase della partita.
Quando la marcatura a uomo ha funzionato davvero
La storia offre altri esempi in cui la scelta ha premiato gli allenatori. Nel Mondiale del 1974 Berti Vogts riuscì a contenere Johan Cruijff dopo l’avvio travolgente dell’Olanda nella finale contro la Germania Ovest. Il talento dell’Ajax procurò il rigore dell’1-0 dopo pochi secondi, ma da quel momento il pressing continuo del difensore tedesco contribuì a cambiare l’inerzia della partita, conclusa con il successo dei padroni di casa.
Anche Sir Alex Ferguson, nel ritorno degli ottavi di Champions League del 2010 tra Manchester United e Milan, costruì il proprio piano tattico attorno alla marcatura di Park Ji-sung su Andrea Pirlo. Lo stesso regista italiano ha raccontato nella sua autobiografia quanto fosse difficile liberarsi del centrocampista sudcoreano, capace di seguirlo senza sosta per tutta la gara. Il Milan perse nettamente e Pirlo non riuscì mai a entrare davvero nel vivo del gioco.
I limiti della marcatura individuale nel calcio moderno
Esistono però altrettanti casi che dimostrano il contrario. La marcatura rigida può trasformarsi in un boomerang se la squadra avversaria possiede qualità diffuse.
Lo dimostrò il Clasico del 2017. Zinedine Zidane affidò a Mateo Kovačić il compito di seguire Lionel Messi praticamente ovunque. Il centrocampista croato eseguì fedelmente le consegne, ma proprio quell’attenzione esclusiva verso l’argentino liberò spazi enormi per gli inserimenti del Barcellona. Il risultato fu una sconfitta per 3-0 del Real Madrid e la dimostrazione che, nel calcio moderno, concentrarsi su un solo campione può favorire tutti gli altri.
Cosa insegna la storia sulle grandi stelle
Allora, le grandi stelle vanno marcate a uomo? La storia non offre una risposta definitiva. Le marcature individuali più celebri hanno funzionato quando erano inserite in un progetto tattico collettivo. Al contrario, quando il difensore è rimasto isolato o la strategia è diventata troppo rigida, i grandi campioni hanno trovato comunque il modo di decidere la partita oppure di creare spazi decisivi per i compagni. Perché, al netto dell’imprevedibilità del calcio, alla fine il talento pesa sempre di più sul piatto della bilancia.
È probabilmente questa la riflessione che ha guidato De la Fuente. Fermare Messi non significa inseguirlo per novanta minuti, ma ridurre il tempo a sua disposizione, chiudere le linee di passaggio e costringerlo a giocare lontano dalle zone più pericolose. Perché il talento, quasi sempre, trova una soluzione. La differenza, come insegna la storia del calcio, la fanno l’organizzazione, il sacrificio collettivo e la capacità di vincere quei piccoli dettagli che spesso decidono le grandi finali.
