Nel film Ragazze vincenti c’è una battuta diventata ormai famosa: nel baseball non si piange. Sabato, a Comerica Park, però, è stata smentita da tante persone, compreso il più improbabile di ttutti: Justin Verlander, 43 anni, uno dei lanciatori più duri e vincenti della storia, ha salutato la MLB e si è sciolto davanti a un intero stadio.
Per capire quanto pesi il suo addio serve partire da un numero che ai non esperti può sembrare un dettaglio. Verlander ha lanciato 557 partite in carriera e le ha cominciate tutte lui: in 21 stagioni non è mai entrato dalla panchina come rincalzo. Tredici anni con i Tigers, poi il clamoroso passaggio a Houston nel 2017 e subito il titolo delle World Series. Nel 2021 lo stop per la ricostruzione dei legamenti del gomito, a 38 anni, quando tutti pensavano fosse la fine. Invece è tornato, e nel 2022 con gli Astros ha vinto di nuovo. Poi il biennale da 87 milioni di dollari con i Mets, la parentesi a San Francisco e, quest’anno, il ritorno a Detroit per chiudere il cerchio.
I suoi numeri, poi, sono da Hall of Fame: oltre 411 milioni di dollari incassati con i soli contratti, il premio di miglior giocatore dell’American League nel 2011 e, nello stesso anno, la Tripla Corona dei lanciatori, con 2,40 di media punti guadagnati, 250 strikeout e 24 vittorie. Tre i Cy Young, vinti nel 2011, nel 2019 e nel 2022. E tre i no-hit, cioè partite chiuse senza concedere una sola valida: nel 2007 contro i Brewers, nel 2011 contro i Blue Jays e nel 2019 con Houston, ancora contro Toronto. In 151 anni di storia solo Nolan Ryan, con sette, e Sandy Koufax, con quattro, ne hanno lanciati di più.
Ma il lancio più importante della vita di Verlander, forse, non è stato una fastball. È accaduto il 5 agosto 2014, quando le telecamere lo inquadrarono mentre faceva rotolare una palla sul tetto della panchina per farla arrivare a una tifosa speciale: Kate Upton, modella e attrice. Da lì è partita una storia d’amore e di famiglia che sabato si è riannodata al baseball.
Contro i Pirates, Verlander è salito sul monte per la 557ª volta e ci è rimasto fino al sesto inning, aperto con una battuta al volo innocua di Brandon Lowe. Poi la richiesta di time out dalla panchina, e lui ha capito. Di solito a quel punto è il manager, o il pitching coach, a scendere per togliere il lanciatore ma né AJ Hinch né Chris Fetter si sono mossi. Dopo un attimo di silenzio, dalla panchina è scattata una bambina di otto anni con la casacca bianca e la D sul petto: Genevieve.
Quando era ancora lontana, Verlander ha iniziato a singhiozzare. Poi l’abbraccio, lunghissimo, e il pianto a dirotto. La figlia è andata a prenderlo per portarlo a casa verso un nuovo capitolo della sua vita.
