Simone Vagnozzi, allenatore di Jannik Sinner dal 2022, ha rilasciato una lunga intervista a Walter Veltroni per il Corriere della Sera, svelando i retroscena del percorso che ha portato il tennista altoatesino a diventare numero uno al mondo. Un racconto che intreccia tecnica, psicologia e aneddoti personali, offrendo uno sguardo inedito sulla mentalità del campione azzurro.
La storia di Vagnozzi parte da Castorano, piccolo comune marchigiano di poco più di duemila abitanti. A sei anni inizia a giocare con una racchetta di legno appartenuta ai genitori. La prima partita arriva a nove anni, in un torneo del Club Italia organizzato in un Valtur, ma il ricordo più intenso resta la vittoria della coppa Baby Davis, quando capisce di poter competere a livello nazionale.

La carriera da giocatore di Vagnozzi si ferma al numero 161 del ranking mondiale. Nonostante la vicinanza alla top 100, il sogno di ogni tennista, inizia a sentire che gli manca qualcosa: “Mentre giocavo, capivo che avrei fatto meglio l’allenatore. Se inizi a fare quei pensieri vuol dire che ti mancano gli stimoli, quel po’ di cattiveria che è indispensabile per diventare un buon giocatore“. Gli infortuni fanno il resto, spingendolo verso una nuova carriera.
L’incontro con Sinner arriva nel 2022, grazie ad Alex Vittur, manager del tennista e testimone di nozze di Vagnozzi. Jannik aveva già visto Cecchinato giocare a Montecarlo, poi c’era stata la finale di Melbourne contro Travaglia, all’epoca seguito da Vagnozzi. Quando Sinner decide di separarsi da Riccardo Piatti, Vittur chiama l’amico di sempre. È l’inizio di una collaborazione che porterà risultati straordinari.
Il primo colloquio resta impresso nella memoria del coach marchigiano: “Speravo non mi dicesse che era contento di essere il numero dieci del mondo. E così fu. Voleva diventare il numero uno“. A vent’anni Sinner era già un fenomeno, ma mancavano alcuni tasselli fondamentali: la flessibilità tattica, la consapevolezza delle caratteristiche degli avversari, la capacità di adattare il gioco. Era un giocatore abbastanza rigido, capace di ottimi punti ma senza quella dimensione strategica necessaria per scalare le ultime posizioni del ranking.
Insieme a Darren Cahill, Vagnozzi lavora per colmare queste lacune: potenziamento fisico e muscolare, affinamento mentale, miglioramento del servizio, gestione del punto, sicurezza a rete, capacità di smorzare al momento giusto.
La chiave di tutto, secondo Vagnozzi, sta nell’attitudine di Sinner: “È un lavoratore pauroso. La sua più grande qualità è volere al fianco persone che gli dicano quello che lui non vuole sentirsi dire. Tutto parte dall’attitudine e dalla voglia di migliorarsi: devi trovare il coraggio di sbagliare, anche di fallire“.

Per Vagnozzi, certe doti sono innate: “Non si diventa puledri se si è ronzini. Ora si nota che lui sa fare ace nei momenti importanti, ma perché questo accada ti devi sentire sicuro del tuo colpo perché ci hai lavorato ore e ore in allenamento“. La differenza tra un giocatore forte e un campione sta proprio qui, nell’intelligenza applicata allo sport: “Può esistere un giocatore forte e stupido. Ma non potrà mai esistere un campione stupido“.
Anche i campioni, però, hanno momenti di difficoltà. Gli sporadici black out di Sinner, come quello al Roland Garros, sono un tema su cui Vagnozzi riflette con lucidità: “Non penso ci sia una sola causa, sono tante piccole cose che messe insieme possono determinare questi piccoli crolli, ma ricordiamoci che sono stati quattro negli ultimi cinque anni. Questi ragazzi non sono automi“”.
Anche per questo motivo Sinner ha comunicato di non partecipare al Master di Montreal, una decisione legata a doppio filo al desiderio di prendersi cura di sé stesso, tutelando la salute fisica e mentale.
