La Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta per frode sportiva nei confronti dell’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi. Contestualmente è emerso che anche l’Inter era stata iscritta nel registro degli indagati per la responsabilità amministrativa degli enti prevista dal decreto legislativo 231 del 2001, ma per il club è stata chiesta l’archiviazione nello stesso provvedimento. Gli atti dell’indagine sono stati inoltre trasmessi alla Procura federale della FIGC, mentre il filone relativo alle presunte interferenze nella sala VAR di Lissone è stato inviato, per competenza territoriale, alla Procura di Monza.
L’indagine era nata alla fine del 2024 e aveva inizialmente come principale indagato Rocchi, accusato di frode sportiva in concorso con esponenti della società Inter rimasti però non identificati. Nel fascicolo erano finite quattro designazioni arbitrali riguardanti gare dei nerazzurri, con il sospetto che vi fossero state pressioni o tentativi di orientare la scelta degli arbitri.

Il punto centrale della decisione della Procura riguarda proprio la distinzione tra semplici interferenze e frode sportiva. Dall’analisi delle intercettazioni telefoniche, dei loro tempi e, in alcuni casi, dei servizi di osservazione svolti dagli investigatori, i magistrati ritengono che siano emersi episodi riconducibili a tentativi di interferenza. Tuttavia, secondo la Procura, gli elementi raccolti non dimostrano l’esistenza di un sistema organizzato e strutturato finalizzato ad alterare le designazioni arbitrali o la regolarità delle singole partite.
È proprio questo l’aspetto decisivo sotto il profilo giuridico. Per configurare il reato di frode sportiva non è sufficiente ipotizzare contatti o pressioni: occorre dimostrare condotte fraudolente concretamente idonee a incidere sul regolare svolgimento di una gara. La Procura ritiene che questo presupposto non sia stato raggiunto e, per questo motivo, ha chiesto l’archiviazione della posizione di Rocchi. La valutazione richiama anche i principi elaborati dalla Corte di Cassazione nei procedimenti legati a Calciopoli, che distinguono le interferenze scorrette da un vero sistema fraudolento.
La posizione dell’Inter segue la stessa impostazione. Il club era stato iscritto nel registro degli indagati esclusivamente ai fini dell’eventuale responsabilità amministrativa prevista dal decreto legislativo 231 del 2001, che consente di contestare un illecito all’ente quando un reato venga commesso nell’interesse o a vantaggio della società da amministratori, dirigenti o collaboratori. Venendo meno, secondo la Procura, il presupposto del reato di frode sportiva, è caduta automaticamente anche la contestazione nei confronti della società, per la quale è stata quindi chiesta l’archiviazione.
La vicenda, tuttavia, non si chiude completamente. Tutta la documentazione è stata trasmessa alla Procura federale della FIGC, che potrà svolgere le proprie valutazioni sul piano sportivo, indipendentemente dagli sviluppi del procedimento penale. Parallelamente proseguirà davanti alla Procura di Monza il filone relativo alle presunte interferenze nella sala VAR di Lissone, separato dall’inchiesta sulle designazioni arbitrali.
