La scomparsa di Franco Baresi ha riportato alla luce decine di testimonianze di ex compagni e amici che hanno condiviso con lui alcune delle pagine più importanti della storia del Milan. Tra quelle che hanno colpito maggiormente c’è il racconto di Sebastiano Rossi, che in un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport ha ricordato il capitano rossonero con un episodio intimo e doloroso: un sogno fatto nei giorni successivi alla sua morte, culminato con un risveglio tra le lacrime.
L’ex portiere ha spiegato di non essere ancora riuscito ad accettare la scomparsa dell’amico, confessando di essersi commosso anche durante alcune interviste rilasciate nelle ore successive alla notizia. Il ricordo più intenso è però quello legato al sogno, che ha voluto raccontare senza modificarne nemmeno una parola:
“Ho sognato che eravamo in campo e ridevamo. Poi mi ha sorriso e mi ha detto: ‘Ciao Seba, io devo andare’. Mi sono svegliato e mi sono messo a piangere“.

Quel ricordo è solo l’ultimo tassello di un rapporto nato alla fine degli anni Ottanta e cresciuto durante uno dei cicli più vincenti della storia del calcio europeo. Rossi arrivò al Milan dopo l’esperienza al Cesena, trovando in Baresi il leader della squadra e il punto di riferimento di tutto lo spogliatoio. Nell’intervista ha raccontato che il capitano non aveva bisogno di imporsi con toni duri o richiami continui: la sua autorevolezza passava attraverso l’esempio quotidiano, gli sguardi e la capacità di trasmettere serenità anche nei momenti più complicati.
Secondo Rossi, Baresi era un difensore capace di far sentire protetti tutti i compagni. Ha ricordato come la linea arretrata sembrasse “blindata” grazie alla presenza del numero 6 e come ancora oggi gli riesca difficile spiegare alcuni recuperi difensivi del capitano, giudicati fuori dal comune. Nella sua ricostruzione emerge il ritratto di un calciatore che non perdeva quasi mai la calma e che riusciva a semplificare anche le situazioni più complicate.
Tra gli insegnamenti rimasti più impressi all’ex portiere ce n’è uno legato proprio al suo carattere. Rossi ha ammesso di essere stato un giocatore molto impulsivo, soprattutto nei confronti degli attaccanti avversari. Baresi, invece, gli suggeriva spesso di rallentare e mantenere maggiore autocontrollo. Un consiglio che, a distanza di anni, considera determinante per la propria crescita tecnica e mentale, tanto da attribuire anche a quei suggerimenti alcune delle migliori prestazioni della sua carriera.
L’intervista ripercorre anche alcuni momenti simbolo vissuti insieme. Rossi ha ricordato il primo “bravo” ricevuto da Baresi dopo una partita quando vestiva ancora la maglia del Cesena, il successivo arrivo al Milan, il debutto nel derby e gli anni dei record con la squadra allenata prima da Arrigo Sacchi e poi da Fabio Capello. In quel gruppo, ha spiegato, nessuno pensava ai primati: l’obiettivo era semplicemente continuare a vincere, seguendo una regola che il capitano ripeteva spesso, quella di non mollare mai, nemmeno quando tutto sembrava andare per il verso giusto.
Il rapporto tra i due andava oltre il campo. Rossi ha raccontato che durante le trasferte sedevano sempre vicini in pullman e che, spesso, non servivano nemmeno le parole. Bastavano poche occhiate per capire come affrontare la partita che li attendeva. Un’intesa costruita in anni di allenamenti, vittorie e difficoltà condivise, fino a trasformarsi in una profonda amicizia.
Tra gli ultimi ricordi evocati dall’ex portiere c’è anche il senso di protezione che provava nei confronti del suo capitano e che rigirava a sua volta su di lui. Entrando in campo, infatti, si posizionava sempre subito alle sue spalle: “Nessuno doveva toccare il mio capitano“. Un’immagine che sintetizza al meglio il legame tra due protagonisti di una delle squadre più forti della storia del Milan.
