Quando si parla di Dream Team, il pensiero corre quasi sempre a Barcellona 1992, alla prima nazionale statunitense composta dalle stelle della NBA e a campioni come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird. Eppure, quattro anni più tardi, gli Stati Uniti riuscirono a costruire un’altra squadra straordinaria. Il 2 agosto 1996, ai Giochi Olimpici di Atlanta, quella formazione conquistò la medaglia d’oro battendo la Jugoslavia in finale e chiudendo un’altra Olimpiade praticamente senza rivali.
Per molti appassionati il Dream Team resta uno solo, quello che nel 1992 cambiò per sempre la storia del basket. In realtà, anche la squadra del 1996 venne soprannominata “Dream Team III” e rappresentò il naturale proseguimento di quell’epoca irripetibile. Se Barcellona aveva mostrato al mondo il meglio della NBA, Atlanta dimostrò che gli Stati Uniti disponevano ancora di un gruppo di campioni capace di dominare la scena internazionale.
Il cambiamento più evidente era l’assenza di Michael Jordan. Dopo aver conquistato due ori olimpici, la leggenda dei Chicago Bulls aveva deciso di lasciare spazio ad altri giocatori. Nonostante questo, il livello del roster rimase impressionante. Cinque protagonisti del Dream Team originale erano ancora presenti: Charles Barkley, Karl Malone, Scottie Pippen, John Stockton e David Robinson. Accanto a loro arrivò una nuova generazione di stelle destinata a segnare gli anni successivi della NBA.
Tra i volti nuovi spiccavano Shaquille O’Neal, già uno dei centri più dominanti del campionato, Grant Hill, considerato uno dei talenti più completi della sua generazione, Penny Hardaway, Reggie Miller e Gary Payton, inserito all’ultimo momento per sostituire l’infortunato Glenn Robinson. A rendere ancora più prestigiosa la squadra contribuì anche Hakeem Olajuwon, nato in Nigeria e naturalizzato statunitense, reduce da stagioni leggendarie con gli Houston Rockets.
Quella formazione rappresentava il perfetto punto d’incontro tra due generazioni. Da una parte c’erano i campioni che avevano rivoluzionato il basket mondiale a Barcellona, dall’altra i protagonisti che avrebbero caratterizzato la NBA della seconda metà degli anni Novanta. Era una squadra costruita per vincere, ma anche per raccogliere l’eredità del Dream Team originale senza farne rimpiangere l’assenza.
Il torneo olimpico confermò immediatamente la superiorità degli Stati Uniti. La squadra allenata da Lenny Wilkens superò l’Argentina all’esordio e poi si impose contro Angola, Lituania, Cina e Croazia nella fase a gironi. Nei quarti eliminò il Brasile, in semifinale batté l’Australia e nella finale del 2 agosto affrontò la Jugoslavia, una delle nazionali più forti del panorama europeo.
L’ultimo atto non lasciò spazio a sorprese. Gli americani si imposero per 95-69, conquistando la seconda medaglia d’oro olimpica consecutiva dopo quella ottenuta a Barcellona quattro anni prima. Pur senza Jordan, gli Stati Uniti avevano confermato la loro superiorità, dimostrando che il talento a disposizione era ancora sufficiente per schierare una squadra capace di dominare il torneo dall’inizio alla fine.
Con il senno di poi, però, Atlanta 1996 assume un significato ancora più particolare. Quella medaglia d’oro segnò infatti la conclusione di un’epoca. Molti dei grandi protagonisti del Dream Team originale disputarono la loro ultima Olimpiade, mentre il basket internazionale iniziava a crescere rapidamente. Negli anni successivi il divario tra gli Stati Uniti e il resto del mondo si sarebbe progressivamente ridotto, fino ad arrivare alle sorprendenti sconfitte dei primi anni Duemila.
A trent’anni da quell’oro olimpico, resta l’ultimo grande capitolo dell’epoca in cui il basket americano appariva semplicemente imbattibile.
