Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, ha scelto il divano irriverente di Victoria Cabello per lasciare un’altra delle sue dichiarazioni destinate a far discutere. Ospite di Fuori di Cabello, il podcast/vodcast della conduttrice giunto alla seconda stagione, il giornalista si è tolto qualche sassolino dalla scarpa non su politica o giustizia, i suoi terreni abituali, ma su sport e tifo.
Travaglio, infatti, ha lasciato molti spettatori letteralmente a bocca aperta con una confessione: “Quando gioca la nazionale tifo contro, detesto la retorica finto patriottica, non sai quanto ci ho goduto per la terza eliminazione consecutiva dal Mondiale”. Una frase che, pronunciata nei giorni in cui il calcio italiano faticava a ritrovare identità e risultati, ha immediatamente acceso i commenti social.
Travaglio non si è fermato lì e ha ricostruito il suo rapporto col pallone: “Ho tifato rare volte, nel 1978 e nel 1982 perché c’erano tutti i miei idoli, in primis Zoff. Quando ti ammali di calcio diventi superstizioso e io lo ero fino al 1995 quando alla Juventus arrivò Moggi: lì ho smesso di tifare e di seguire la mia Juve”. Un distacco, quindi, che secondo il suo racconto nasce da una precisa rottura simbolica: l’arrivo di Luciano Moggi in bianconero come spartiacque tra la passione sportiva e il disincanto.
Ma le sue frecciate non si sono limitate al calcio azzurro: nel mirino è finito anche Jannik Sinner, altro totem dello sport nazionale, con giudizi altrettanto sferzanti sul tennista numero uno al mondo, definito poco appassionante rispetto ad altri campioni come Alcaraz.
Le parole di Travaglio, però, meritano una lettura su due livelli. Da un lato c’è una coerenza biografica innegabile: il giornalista ha sempre rivendicato un profilo anti-establishment e anti-retorico, e il rifiuto del tifo patriottico si inserisce in una linea editoriale e personale ben nota, quella della diffidenza verso ogni forma di espressione identitaria, sia essa politica o sportiva.
Dall’altro, però, non si può ignorare l’effetto-scena: Travaglio è un affabulatore consumato, abituato a costruire performance verbali che funzionano proprio perché tranchant e provocatorie. Ed in un podcast nato per generare clip virali, le sue dichiarazioni sulla sconfitta della nazionale sembrano calibrate anche per bucare l’algoritmo, non solo per esprimere un’idea.
