Al Tour de France 2026 il tema dei controlli antidoping è tornato al centro dell’attenzione internazionale, non tanto per la loro esecuzione, ormai pratica consolidata nel ciclismo professionistico, quanto per il numero di atleti coinvolti e per gli orari particolarmente insoliti in cui alcune verifiche sono state effettuate.
A far discutere è stato in particolare quanto accaduto tra la 14esima e la 15esima tappa della corsa, quando il leader della classifica generale Tadej Pogacar e il suo storico rivale Jonas Vingegaard sono stati sottoposti a un controllo nel cuore della notte: lo sloveno è stato svegliato alle 5 del mattino, il danese addirittura alle 2. Non si è trattato di una semplice verifica a sorpresa come quelle abituali fuori competizione: per testare i due corridori è stata necessaria l’autorizzazione del tribunale di Parigi, che scatta solo in presenza di “gravi e concordanti sospetti”.
Le immagini e le indiscrezioni sull’episodio hanno rapidamente fatto il giro del mondo, alimentando un dibattito che oggi divide appassionati, addetti ai lavori e gli stessi protagonisti del gruppo, tra chi ritiene i controlli notturni un’inutile invasione della sfera privata degli atleti e chi invece sostiene che proprio l’imprevedibilità rappresenti la migliore garanzia per uno sport credibile.

Ma cosa cercavano davvero gli ispettori? Sul punto restano diverse ipotesi.Secondo alcune ricostruzioni, al centro delle analisi ci sarebbe la ricerca dell’ormone della crescita, sostanza al centro di crescenti sospetti nell’ambiente del ciclismo internazionale. Un’ipotesi che trova una spiegazione scientifica precisa: alcuni protocolli dopanti del passato prevedevano somministrazioni serali o notturne, sfruttando il fatto che l’ormone della crescita viene naturalmente secreto durante il sonno, motivo per cui la ricerca internazionale ha investito molto nello sviluppo di metodi capaci di ampliarne la finestra di individuazione.
Un discorso simile riguarda anche le pratiche legate al microdosaggio, ormai una delle principali preoccupazioni degli organismi di controllo. Alcune sostanze, in particolare il microdosaggio di EPO o di altri agenti che stimolano la produzione di globuli rossi, possono infatti lasciare tracce dirette nell’organismo solo per un periodo di tempo limitato, il che rende fondamentale sorprendere gli atleti in momenti difficilmente prevedibili, comprese le ore notturne.
Le moderne tecniche di controllo, va sottolineato, non si limitano più a cercare direttamente la sostanza incriminata, ma analizzano soprattutto gli effetti biologici che essa produce sull’organismo attraverso il Passaporto Biologico dell’Atleta, monitorando nel tempo parametri come emoglobina e reticolociti.
Non sono mancate le reazioni nel mondo del ciclismo. Il sindacato internazionale dei corridori ha ribadito il proprio sostegno alla lotta contro il doping, chiedendo però una riflessione sulle modalità dei controlli eseguiti durante le ore di riposo notturno, dal momento che il recupero rappresenta una componente essenziale della prestazione degli atleti. Di parere diverso si è invece detto Jonathan Vaughters, team manager della EF Education-EasyPost, le cui parole hanno pesato particolarmente in quanto provenienti da un ex professionista che ha vissuto in prima persona l’evoluzione del sistema antidoping nel ciclismo.
Resta però un punto fermo, sottolineato dagli stessi esperti del settore: nel ciclismo moderno il principio dell’antidoping non consiste nel sospettare di un singolo atleta, ma nel rendere ogni corridore potenzialmente controllabile in qualsiasi momento della competizione, facendo dell’imprevedibilità uno degli strumenti più efficaci di prevenzione.
