Se c’è uno sport che sembra aver conquistato ogni angolo del pianeta è il calcio. Eppure esiste un Paese in cui questo non è mai accaduto. Si tratta di Nauru, una piccolissima isola dell’Oceano Pacifico che non ha mai schierato una nazionale in una competizione internazionale ufficiale e dove esiste un solo campo da calcio, realizzato su una superficie di sabbia e fosfato. Una situazione unica al mondo che oggi potrebbe finalmente cambiare grazie all’impegno di alcuni volontari decisi a far nascere una vera cultura calcistica.
Con appena 21 chilometri quadrati di superficie e circa 12.000 abitanti, Nauru è il terzo Stato più piccolo del pianeta. Per decenni la sua economia si è basata sull’estrazione del fosfato, una ricchezza che le aveva fatto guadagnare il titolo di uno dei Paesi con il reddito pro capite più alto del mondo. Quando i giacimenti si sono esauriti, però, il territorio è rimasto profondamente devastato: vaste aree interne sono diventate praticamente inutilizzabili e oggi la popolazione vive quasi interamente lungo la costa.
Le conseguenze si riflettono anche nella vita quotidiana. Oltre il 90% degli alimenti viene importato e gran parte è costituita da prodotti industriali. Questo ha contribuito a rendere Nauru uno dei Paesi con il più alto tasso di obesità e di diabete di tipo 2 al mondo. In un contesto simile, promuovere lo sport significa anche investire nella salute pubblica.
Nonostante il calcio sia lo sport più seguito del pianeta, a Nauru la disciplina dominante è il football australiano, praticato da circa un abitante su tre. Atletica e sollevamento pesi sono altre attività molto popolari e hanno permesso al Paese di partecipare anche ai Giochi Olimpici. Il calcio, invece, è rimasto ai margini: molti seguono le partite della Premier League in televisione e i bambini indossano le maglie di Lionel Messi o Cristiano Ronaldo, ma chi prova davvero a giocare viene spesso guardato con curiosità o persino preso in giro.

La svolta potrebbe arrivare grazie alla Nauru Soccer Federation e a un gruppo internazionale di volontari guidati dall’inglese Charlie Pomroy. Il progetto non punta a organizzare eventi isolati, ma a costruire un sistema destinato a durare nel tempo. L’obiettivo è distribuire un pallone a tutti i bambini tra i 4 e i 14 anni, coinvolgere le undici scuole dell’isola, formare allenatori locali e creare nuove aree dove poter giocare. Al momento, infatti, esiste un solo campo, ricavato su una superficie di terra frantumata e fosfato, mentre trovare nuovi spazi rappresenta una delle sfide principali.
L’ambizione è ancora più grande: far nascere la prima nazionale della storia di Nauru composta da ragazzi cresciuti interamente all’interno di questo progetto. Secondo Pomroy serviranno anni di lavoro, ma il vero traguardo non è soltanto disputare una partita internazionale. L’idea è utilizzare il calcio come strumento educativo, per favorire stili di vita più sani, creare nuove occasioni di aggregazione e offrire ai giovani un’opportunità di crescita personale.
Dopo il debutto internazionale delle Isole Marshall nel 2025, Nauru è considerato l’ultimo Paese del mondo a non aver ancora sviluppato una vera nazionale maggiore di calcio. La federazione ha già avviato raccolte fondi, aperto un sito ufficiale e persino messo in vendita la maglia della futura rappresentativa nazionale. Il percorso resta complesso, ma l’obiettivo è chiaro: trasformare quello che oggi è uno degli ultimi angoli del pianeta senza calcio in una nuova storia sportiva tutta da scrivere.
La vicenda è stata raccontata dalla BBC, che ha seguito da vicino il progetto e le sfide affrontate sull’isola
