Osvaldo Bagnoli è morto all’ospedale Borgo Roma di Verona. Il tecnico milanese, conosciuto come il “Mago della Bovisa”, aveva compiuto da poco 91 anni e lascia un’eredità indelebile nella storia dello sport nazionale. Bagnoli, infatti, è stato l’artefice di una delle imprese più straordinarie del calcio italiano: la conquista dello scudetto con l’Hellas Verona nella stagione 1984-85, il primo tricolore vinto da una squadra di provincia che spezzò il dominio delle grandi.
Cresciuto nel quartiere operaio della Bovisa, Bagnoli mosse i primi passi nel mondo del calcio nelle giovanili del Milan. Come calciatore vestì le maglie di Milan, Verona e Udinese, ma fu sulla panchina che scrisse le pagine più memorabili. A Verona si recava agli allenamenti con i mezzi pubblici e quando cambiava società conservava la giacca della divisa, limitandosi a staccare lo scudettino. Solo nel 1992, arrivando all’Inter, disse di essersi comprato per la prima volta “un macchinone”, che in realtà era una modesta station wagon.
Si abusa spesso del termine miracolo nel calcio, ma quello del Verona fu solo in parte un miracolo, costruito anche con intuizioni tattiche del tecnico che lanciò il 5-3-2, ovvero una difesa a 5, con i due terzini “mobili”. Un’idea arrivata a partire dai giocatori in rosa:
“Ho osservato che Fanna e Marangon potevano fare tutta la fascia, che Tricella era un libero capace di costruire, che due marcatori fissi garantivano la giusta copertura. Così è venuto fuori quel modulo“
Quella squadra aveva Briegel ed Elkjaer, definiti dallo stesso Bagnoli “un carro armato e una Ferrari“, oltre a Garella che “parava tutto”. Anche quando il Verona venne smembrato pezzo dopo pezzo, Bagnoli sfiorò il miracolo della salvezza nel campionato 1989-90 con una rosa costituita esclusivamente da scarti delle altre società.
Al Genoa scrisse un’altra pagina memorabile raggiungendo la semifinale di Coppa Uefa 1991-92 grazie a una clamorosa doppia vittoria contro il Liverpool.
Nel 1992 arrivò la chiamata dell’Inter di Ernesto Pellegrini, milanese come lui e anch’egli figlio del proletariato suburbano. L’inizio non fu semplice: con quattro stranieri in rosa ma solo tre convocabili per partita, dovette gestire Sammer, Shalimov e Pancev in ruoli non sempre naturali. La svolta arrivò con l’inserimento di Ruben Sosa in attacco e l’arrivo a gennaio di Antonio Manicone dall’Udinese.
A guardarla oggi, la figura di Osvaldo Bagnoli appartiene a un calcio d’altri tempi, ma questo non la priva della sua forza né tantomeno delle memorie che è stato in grado di costruire negli anni.
