Due calciatrici della nazionale iraniana femminile hanno raccontato per la prima volta le ragioni del gesto compiuto durante la Coppa d’Asia femminile dello scorso marzo. Atefeh Ramezanisadeh e Fatemeh Pasandideh, che hanno chiesto asilo in Australia e oggi vivono a Brisbane, hanno spiegato che il silenzio durante l’inno nazionale rappresentò una forma di protesta contro la repressione del regime di Teheran.
Le due atlete hanno parlato per la prima volta in televisione al programma australiano “60 Minutes” della Nine Network, dopo mesi di silenzio seguiti alla decisione di non rientrare in Iran con il resto della squadra.
Il gesto risale al 2 marzo, prima della partita contro la Corea del Sud. L’intera nazionale iraniana rimase in silenzio durante l’esecuzione dell’inno. In assenza di spiegazioni ufficiali, la scelta delle calciatrici alimentò diverse interpretazioni, anche alla luce della situazione politica e militare che in quei giorni interessava il Paese.
In Iran la squadra venne duramente criticata dai media vicini al regime, mentre all’estero il gesto venne interpretato come una possibile forma di protesta o come un segnale legato alle vittime della repressione e agli eventi che stavano coinvolgendo il territorio iraniano.
A distanza di mesi, Ramezanisadeh ha spiegato il significato di quel silenzio. “Volevamo solo essere solidali con il nostro popolo. A volte avevo paura, ma ho cercato di fare ciò che era giusto e dire che nessuno dovrebbe essere ucciso solo per aver protestato“, ha dichiarato attraverso un interprete.
La calciatrice ha poi raccontato quanto fosse rischiosa quella decisione. “Il mio silenzio avrebbe potuto significare qualsiasi forma di tortura per me“, ha spiegato. “Ma in quel momento, l’unica cosa che mi dava pace e la coscienza pulita era non cantarlo. Volevo cantare l’inno con orgoglio e con tutto il cuore. Ma a causa della situazione in Iran, non potevo proprio farlo“.
Pasandideh ha sottolineato invece il significato che quel gesto aveva per chi aveva perso la vita durante le proteste. “Il nostro popolo ha messo a rischio la propria vita ed è stato ucciso. Fare quel gesto era il minimo assoluto che potessimo fare per loro“, ha raccontato.
La scelta delle calciatrici arrivò inoltre senza alcuna certezza sulla possibilità di rimanere in Australia. Il ministro australiano per l’Immigrazione Tony Burke ha infatti spiegato che, al momento del gesto, le atlete non avevano ricevuto garanzie sulla possibilità di ottenere asilo. “A quel punto non avevano assolutamente alcuna informazione da parte nostra sulla possibilità di poter restare“, ha dichiarato Burke.
La vicenda assunse rapidamente una dimensione internazionale. Anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump intervenne pubblicamente sulla questione, chiedendo che alle calciatrici fosse concesso l’asilo e affrontando il tema in una telefonata con il primo ministro australiano Anthony Albanese.
Prima della partenza della squadra da Sydney, prevista per il 10 marzo, alcuni manifestanti scesero in strada per chiedere che le calciatrici potessero rimanere in Australia. Inizialmente sette componenti della nazionale accettarono l’offerta di visti umanitari, ma successivamente tutte decisero di rientrare in Iran tranne Ramezanisadeh e Pasandideh.
Le due giocatrici hanno quindi scelto di costruire la propria nuova vita in Australia. Attualmente militano nei Wynnum Wolves, formazione semi-professionistica di Brisbane, e nell’agosto 2026 hanno ottenuto la cittadinanza australiana.
Per Ramezanisadeh, però, la scelta ha avuto un costo personale significativo. I genitori le avevano chiesto di rientrare in Iran seguendo le indicazioni delle autorità. “Hanno cercato di rassicurarmi, dicendo: ‘Non ti succederà nulla. Questa è casa tua. Devi tornare a casa’. Ma ho detto loro che avevo deciso e che non sarei tornata“, ha raccontato.
“Pensare di non poter mai più rivedere la mia famiglia è stato straziante, ma non potevo permettermi di rimanere indifferente mentre tanti giovani venivano uccisi da questo regime. Non potevo restare in silenzio, anche se mi manca tantissimo la mia famiglia“, ha aggiunto.
Entrambe hanno spiegato di non essere più in contatto con i propri familiari da mesi, pur sapendo che i parenti non avrebbero subito conseguenze per le loro decisioni. Pasandideh ha inoltre scelto di non chiedere alle compagne rimaste in Iran se fossero tornate volontariamente o sotto pressione. “Abbiamo deciso di non parlarne perché non voglio mettere in pericolo le loro vite“, ha spiegato.
Nonostante la nuova vita in Australia, il legame con il Paese d’origine rimane forte. “Uno dei miei sogni più grandi è poter tornare in Iran, ma in circostanze diverse, quando la situazione sarà cambiata e il popolo iraniano sarà felice e prospero. Allora tornerò e rivedrò la mia famiglia“, ha concluso Pasandideh.
