Vincenzo Iaquinta, ex attaccante della Nazionale, campione del mondo nel 2006, da 10 anni sta affrontando una battaglia giudiziaria che ha offuscato i suoi successi sportivi e trasformato radicalmente la percezione pubblica della sua persona. “Prima mi chiamavano campione del mondo, oggi sono considerato un mafioso. È un accanimento incredibile. Paghiamo per il cognome, non per altro“, ha dichiarato in un’intervista alla Gazzetta dello Sport.
Nel 2012 suo padre Giuseppe è stato coinvolto nell’operazione Aemilia, il più grande processo in Emilia Romagna contro l’ndrangheta. L’uomo è accusato di essere una figura strategica delle cosche emiliane legate alla criminalità organizzata ed è detenuto al regime del 416 bis dal 2015. “Finiranno per ammazzarmelo lì in carcere. Ci hanno gettato addosso una quantità immensa di fango“, ha detto Iaquinta, che continua a professare l’innocenza del padre. “Una volta che scivoli nelle sabbie mobili, è difficile uscirne. Ho fiducia nella giustizia, ma così è dura. Lotterò per dimostrare la sua innocenza. È la battaglia della mia vita. Noi con la mafia non c’entriamo nulla, ci fa schifo“.
La vicenda giudiziaria ha toccato direttamente anche l’ex calciatore, condannato con pena sospesa per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili ceduti al padre. Le armi erano regolarmente dichiarate, ma secondo l’accusa Iaquinta avrebbe violato l’articolo 7, agevolando potenzialmente i clan con armi legalmente detenute. “È stata un’ingenuità, ma non fa di me un criminale. Mio padre le ha prese senza informare dello spostamento. Mi è stato contestato di aver agevolato i clan con armi legalmente detenute. Una follia, sono cose che ti rovinano la vita. Convivo da dieci anni con un incubo che sembra non avere fine“.
Eppure i ricordi della carriera non hanno mai abbandonato il suo cuore, a partire dal trionfo al Mondiale di Germania 2006, un’esperienza che Iaquinta descrive con emozione ancora presente. “La sensazione provata nel momento in cui Cannavaro alza la coppa è indescrivibile. Ho ancora i brividi. In trenta secondi mi sono passati davanti vent’anni di sacrifici“.
Il segreto di quella squadra? La forza del gruppo. “Semplice, stavamo bene insieme. Eravamo uno spogliatoio di pazzi, consapevoli di poter raggiungere un sogno. E poi quanti scherzi! Pirlo e Gattuso erano come cane e gatto, ma anche Materazzi, De Rossi e Totti, era un continuo prendersi in giro. E poi eravamo umili: molti di noi arrivano da squadre di provincia“.
Nel suo percorso professionale Iaquinta ha incrociato allenatori che hanno segnato profondamente la sua crescita. Luciano Spalletti, ai tempi dell’Udinese, è stato un precursore visionario. “”Che anni a Udine! Avevamo un gioco spettacolare, Luciano era dieci anni avanti a tutti””. L’ex attaccante ha ricordato un aneddoto particolare che svela il carattere del tecnico toscano: “Io in spogliatoio ero il campione di braccio di ferro, battevo tutti. Un giorno si presentò lui, mi sfidò e a momenti mi spaccava il braccio. Tre secondi e via. ‘Così la smetti di fare il bischero’, mi disse. Questo è Spalletti. In campo è un martello, ma fuori sa come fare gruppo“.
Gli infortuni hanno rappresentato il tasto dolente della sua carriera, minandone la continuità e la serenità mentale. “Mi hanno fermato troppe volte. A livello mentale sono stati tremendi: entri in campo con la paura, hai paura di farti male in continuazione“.
Tra i tanti campioni con cui ha condiviso lo spogliatoio, un nome spicca su tutti quando si parla di talento puro. “Ho giocato con tantissimi fuoriclasse, ma se devo fare un nome dico Buffon. Era impressionante. Quando in allenamento decideva che non avremmo fatto gol, potevamo anche andare a fare la doccia. Non c’era verso, non segnavi mai. È il portiere più forte della storia“.
Oggi Vincenzo Iaquinta si trova a fare i conti con una realtà in cui i suoi successi sportivi vengono sistematicamente oscurati dalle vicende giudiziarie. “Io ho giocato 15 anni ad alti livelli, fatto una tripletta in Champions e ho vinto un Mondiale, eppure il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi, da cui veniamo risucchiati a ogni sconfitta“.
