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    Home»Ciclismo»Croix de Fer, Galibier, Alpe d’Huez: il trittico che da sempre decide il Tour de France
    Ciclismo

    Croix de Fer, Galibier, Alpe d’Huez: il trittico che da sempre decide il Tour de France

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti4 Luglio 2026 20:00Nessun commento2 Mins Read
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    Ciclisti in scalata al Tpur de France
    Ciclisti in scalata al Tour de France - Magnific
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    Nella storia del Tour de France esiste un tipo di tappa che i corridori temono più di ogni altra: ossia quella che mette in fila, nello stesso giorno, i colossi delle Alpi francesi. Non è un caso isolato di una singola edizione, ma un copione che si ripete da decenni ogni volta che il percorso attraversa la Savoia e il Delfinato: Col de la Croix de Fer, Col du Télégraphe, Col du Galibier e, a chiudere, la salita più famosa del ciclismo mondiale, l’Alpe d’Huez.

    Il Col de la Croix de Fer, con i suoi oltre 24 chilometri di ascesa, è già di per sé un banco di prova durissimo, capace di logorare le gambe dei corridori ben prima dell’arrivo. Segue il Col du Télégraphe, quasi 12 chilometri costanti al 7% di pendenza media, che immette direttamente sulle rampe del Galibier: il colle più alto mai attraversato dalla corsa, oltre 2.600 metri di altitudine, quasi 18 chilometri di salita continua che hanno fatto la storia del ciclismo fin dai primi decenni del Novecento.

    Ma è l’Alpe d’Huez a rappresentare da sempre il vero giudice finale. I suoi 21 tornanti, ciascuno con il nome di un vincitore di tappa inciso su un cartello, sono diventati sinonimo stesso di Tour de France: una salita relativamente breve, poco più di 13 chilometri, ma talmente ripida e talmente carica di storia da trasformarsi puntualmente nel teatro delle decisioni più importanti della classifica generale.

    Ciò che rende irripetibile questo genere di frazione non è soltanto la pendenza delle singole salite, ma la loro somma, e soprattutto il momento della corsa in cui vengono affrontate: quasi sempre nell’ultima settimana, quando le gambe dei corridori portano già il peso di centinaia di chilometri e di giorni di fatica accumulata. In queste condizioni, un solo momento di crisi può costare non pochi secondi, ma minuti interi, capaci di ribaltare in poche ore settimane di corsa.

    Per questo motivo, generazione dopo generazione, gli organizzatori hanno continuato a inserire questo trittico alpino nei momenti chiave del percorso: una scelta che trasforma la tappa in un vero e proprio giudice senza appello, l’ultima occasione per chi insegue la maglia gialla di attaccare e, allo stesso tempo, il banco di prova più severo per chi un vantaggio lo deve difendere.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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