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    Home»Storie»Com’è nato il Tour de France: la scommessa di un giornale che ha cambiato il ciclismo per sempre
    Storie

    Com’è nato il Tour de France: la scommessa di un giornale che ha cambiato il ciclismo per sempre

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti5 Luglio 2026 8:00Nessun commento3 Mins Read
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    La maglia gialla al Tour de France
    La maglia gialla al Tour de France - Unsplash
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    Era il 20 novembre 1902 quando, in una sala riunioni della redazione di L’Auto a Montmartre, Parigi, prende forma l’idea destinata a trasformare il ciclismo in uno sport di massa. Il giornale sportivo, fondato da Henri Desgrange nel 1900 su carta gialla, per distinguersi dal rivale Le Vélo, pubblicato su carta verde, stava attraversando una crisi di vendite che metteva a rischio la sopravvivenza stessa della testata. Serviva, dunque, qualcosa di radicale, qualcosa che non fosse mai stato fatto prima.

    A prendere la parola per ultimo è il più giovane in sala: Géo Lefèvre, giornalista di ventisei anni, propone a Desgrange di organizzare una corsa a tappe lungo tutta la Francia, ispirandosi alle popolarissime Sei giorni su pista, portandole però sulle strade del paese. L’idea è semplice nella forma e visionaria nella sostanza: portare il ciclismo dal velodromo alla strada, attraverso le città più importanti del paese, trasformando ogni tappa in un evento di cronaca capace di vendere migliaia di copie.

    Desgrange, però, è dubbioso, ma il direttore finanziario Victor Goddet si mostra entusiasta, lasciandogli le chiavi della cassaforte con una sola indicazione: prendere ciò che serviva. Il 19 gennaio 1903, pochi giorni dopo aver perso in tribunale la battaglia legale per il nome del giornale, costretto a rinominare L’Auto-Vélo semplicemente in L’Auto, Desgrange annuncia ufficialmente l’organizzazione della corsa: cinque tappe, da Parigi attraverso Lione, Marsiglia, Bordeaux e Nantes, con partenza il 31 maggio e arrivo previsto il 5 luglio 1903.

    Le iscrizioni, però, stentano ad arrivare. Le distanze da percorrere sono enormi, le tappe durano anche venti ore consecutive e la quota d’iscrizione di venti franchi scoraggia molti. La soluzione, dunque, è stata abbassare le barriere: eliminata la quota d’iscrizione, garantiti cinque franchi al giorno ai primi cinquanta iscritti e aumentato il montepremi fino a ventimila franchi, con tremila destinati al vincitore assoluto.

    Il primo Tour de France parte all’esterno del Caffè Reveil-Matin, all’incrocio tra le vie Melun e Corbeil nel villaggio di Montgeron, alle 3 e 16 di notte del 1° luglio 1903. A seguire la corsa sul campo, però, non è Desgrange, rimasto a Parigi per redigere i resoconti delle tappe e non rischiare la propria reputazione in caso di fallimento, ma Lefèvre, che percorre l’intero itinerario in bicicletta o in treno, facendo da giudice di gara, organizzatore sul campo e reporter in una sola persona.

    Dei sessanta corridori che iniziano la competizione, soltanto ventuno riescono a concluderla. La vittoria va a Maurice Garin, spazzacamino di origini valdostane residente a Lens, che taglia il traguardo parigino davanti a ventimila spettatori paganti. Desgrange pubblica un’edizione speciale de L’Auto che vende 130.000 copie, confermando il successo straordinario della prima edizione.

    Da quel luglio del 1903, la Grande Boucle non si è più fermata, se non per le interruzioni imposte dalle due guerre mondiali. La maglia gialla, simbolo del leader della classifica generale, però, è stata introdotta soltanto nel 1919, ispirata proprio al colore della carta su cui L’Auto veniva stampato fin dalla sua fondazione. Così, quella che era nata come strategia editoriale di sopravvivenza si era trasformata, nel giro di un’estate, in una delle competizioni sportive più importanti del mondo.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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