Era il 20 novembre 1902 quando, in una sala riunioni della redazione di L’Auto a Montmartre, Parigi, prende forma l’idea destinata a trasformare il ciclismo in uno sport di massa. Il giornale sportivo, fondato da Henri Desgrange nel 1900 su carta gialla, per distinguersi dal rivale Le Vélo, pubblicato su carta verde, stava attraversando una crisi di vendite che metteva a rischio la sopravvivenza stessa della testata. Serviva, dunque, qualcosa di radicale, qualcosa che non fosse mai stato fatto prima.
A prendere la parola per ultimo è il più giovane in sala: Géo Lefèvre, giornalista di ventisei anni, propone a Desgrange di organizzare una corsa a tappe lungo tutta la Francia, ispirandosi alle popolarissime Sei giorni su pista, portandole però sulle strade del paese. L’idea è semplice nella forma e visionaria nella sostanza: portare il ciclismo dal velodromo alla strada, attraverso le città più importanti del paese, trasformando ogni tappa in un evento di cronaca capace di vendere migliaia di copie.
Desgrange, però, è dubbioso, ma il direttore finanziario Victor Goddet si mostra entusiasta, lasciandogli le chiavi della cassaforte con una sola indicazione: prendere ciò che serviva. Il 19 gennaio 1903, pochi giorni dopo aver perso in tribunale la battaglia legale per il nome del giornale, costretto a rinominare L’Auto-Vélo semplicemente in L’Auto, Desgrange annuncia ufficialmente l’organizzazione della corsa: cinque tappe, da Parigi attraverso Lione, Marsiglia, Bordeaux e Nantes, con partenza il 31 maggio e arrivo previsto il 5 luglio 1903.
Le iscrizioni, però, stentano ad arrivare. Le distanze da percorrere sono enormi, le tappe durano anche venti ore consecutive e la quota d’iscrizione di venti franchi scoraggia molti. La soluzione, dunque, è stata abbassare le barriere: eliminata la quota d’iscrizione, garantiti cinque franchi al giorno ai primi cinquanta iscritti e aumentato il montepremi fino a ventimila franchi, con tremila destinati al vincitore assoluto.
Il primo Tour de France parte all’esterno del Caffè Reveil-Matin, all’incrocio tra le vie Melun e Corbeil nel villaggio di Montgeron, alle 3 e 16 di notte del 1° luglio 1903. A seguire la corsa sul campo, però, non è Desgrange, rimasto a Parigi per redigere i resoconti delle tappe e non rischiare la propria reputazione in caso di fallimento, ma Lefèvre, che percorre l’intero itinerario in bicicletta o in treno, facendo da giudice di gara, organizzatore sul campo e reporter in una sola persona.
Dei sessanta corridori che iniziano la competizione, soltanto ventuno riescono a concluderla. La vittoria va a Maurice Garin, spazzacamino di origini valdostane residente a Lens, che taglia il traguardo parigino davanti a ventimila spettatori paganti. Desgrange pubblica un’edizione speciale de L’Auto che vende 130.000 copie, confermando il successo straordinario della prima edizione.
Da quel luglio del 1903, la Grande Boucle non si è più fermata, se non per le interruzioni imposte dalle due guerre mondiali. La maglia gialla, simbolo del leader della classifica generale, però, è stata introdotta soltanto nel 1919, ispirata proprio al colore della carta su cui L’Auto veniva stampato fin dalla sua fondazione. Così, quella che era nata come strategia editoriale di sopravvivenza si era trasformata, nel giro di un’estate, in una delle competizioni sportive più importanti del mondo.
