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    Storie

    L’urlo vichingo che ha conquistato i Mondiali di calcio: cosa significa “Ro!” e perché è ovunque

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti22 Giugno 2026 16:00Updated:22 Giugno 2026 17:16Nessun commento3 Mins Read
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    Tifosi norvegesi a Time Square - Youtube
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    Un grido antico riecheggia tra i grattacieli americani e gli stadi del Mondiale di calcio. “Ro!”, urlano migliaia di tifosi norvegesi mentre mimano una remata collettiva, trasformando tribune, piazze e persino il parlamento di Oslo in un’immaginaria nave vichinga. Quello che è nato come un gesto spontaneo si è trasformato in uno deifenomeni più virali di questa edizione del torneo, conquistando l’attenzione globale e diventando parte del folklore calcistico mondiale.

    L’ideatore del rituale è Ole Frøystad, un tifoso proveniente da Sunmøre, una regione a sette ore di auto a nord-ovest di Oslo. Intervistato dal sito norvegese VG, si definisce un figlio vichingo del nord e spiega le origini profonde del suo gesto: “È un urlo che riporta all’unità e alla calma in momenti difficili“. La scelta, però, non è casuale. Il grido “Ro!” nella tradizione vichinga rappresentava un richiamo alla compostezza e alla coesione dell’equipaggio durante le tempeste in mare, un simbolo di forza collettiva che Frøystad ha voluto riportare in vita per creare gioia e unità.

    Ma il successo della remata vichinga ha superato ogni aspettativa: i video dei tifosi norvegesi che remano ritmicamente sulle scale mobili di Boston hanno fatto il giro del mondo, attirando milioni di visualizzazioni. Venerdì scorso, poi, Frøystad ha organizzato un flash mob a Times Square a New York, con l’intenzione di far remare i tifosi sulle celebri scale rosse della piazza. E quando la polizia newyorchese ha negato il permesso, centinaia di sostenitori si sono semplicemente seduti a terra e hanno iniziato a remare all’unisono, con Frøystad che batteva il ritmo su un tamburo.

    La dimensione del fenomeno è tale che persino lo Storting, il parlamento norvegese, ha deciso di partecipare: i parlamentari si sono alzati in piedi e hanno mimato la remata per salutare la nazionale impegnata negli Stati Uniti, una scelta che non è stata priva di qualche polemica politica ma che dimostra quanto il gesto sia diventato parte dell’identità nazionale durante il torneo.

    Anche la federazione calcistica norvegese ha abbracciato completamente questa nuova tradizione. Prima del Mondiale aveva già fatto vestire i giocatori da vichinghi in un video di lancio particolarmente riuscito, e ora ha adottato ufficialmente la remata come gesto di incoraggiamento: “Tutti i tifosi norvegesi dovrebbero alzarsi in piedi e remare a ritmo come una nave vichinga”. Oilberget, il gruppo ufficiale di tifosi al seguito della nazionale, ha persino creato un corno speciale per amplificare il grido “Ro!” e coordinare la remata collettiva all’interno degli stadi.

    Dal Nord Carolina, dove la Norvegia ha stabilito il proprio quartier generale per il Mondiale, fino al MetLife Stadium in New Jersey, dove Erling Haaland e compagni hanno affrontato il Senegal, dunque, la remata vichinga è diventata immediatamente iconica. Il gesto ha conquistato un posto accanto ad altre tradizioni celebri del calcio mondiale: il Tartan Army scozzese che invade pacificamente le città ospitanti, i tifosi giapponesi che ripuliscono meticolosamente gli stadi dopo ogni partita.

    Frøystad stesso, però, non si aspettava una tale risonanza. “Io sono stato solo una piccola scintilla“, racconta con modestia, “ma sono i norvegesi, i tifosi norvegesi, che lo portano avanti e senza di loro non sarebbe stato possibile”.

    Mentre la Norvegia prosegue il suo cammino mondiale a bordo di questa immaginaria nave vichinga, Frøystad coltiva un ultimo sogno: che Haaland e i suoi compagni arrivino fino alla finale e che l’ultimo “Ro!” di questo torneo lo gridino proprio loro, con la Coppa del mondo tra le mani. Un’immagine che unirebbe perfettamente l’antico spirito vichingo con la gloria calcistica moderna.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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