A distanza di quasi trent’anni, uno dei gesti più discussi della storia dello sport pesa ancora sulla coscienza di Mike Tyson. A 60 anni l’ex campione del mondo dei pesi massimi ripercorre la sua vita in TYSON, la nuova docuserie in arrivo su Netflix: quattro episodi diretti da Floyd Russ tra combattimenti da record, eccessi e tragedie personali. Intervistato da People, Tyson ammette che rivedere certi momenti è tutt’altro che semplice: rivivere quei ricordi, dice, è bello ma anche molto scomodo. E si stupisce che il pubblico sia ancora curioso di lui, dopo i tanti racconti già dedicati alla sua carriera.
Il passaggio più atteso riguarda il match del 1997 contro Evander Holyfield. Quella sera Tyson morse l’avversario due volte, strappandogli una parte dell’orecchio destro, e fu squalificato. Oggi prende le distanze da chi, allora, aveva festeggiato il suo gesto come qualcosa di brillante: lui, spiega, prova ancora vergogna. La serie segue l’intera parabola dell’ex pugile, dalla povertà dell’infanzia al titolo mondiale conquistato a 20 anni, fino alle centinaia di milioni di dollari guadagnate e poi perse. A 13 anni Tyson era già stato arrestato 38 volte per furto. In un centro di detenzione minorile iniziò a praticare pugilato e il suo talento fu notato da Cus D’Amato, allenatore con una palestra a Catskill, nello Stato di New York, che lo accolse in casa e ne divenne tutore legale, trasformandosi in una figura quasi paterna.
Secondo Tyson, D’Amato gli insegnò molto più della boxe: la fiducia in sé stesso, il carattere e il rifiuto di imitare gli altri. Fu quel rapporto, racconta, a fargli desiderare una vita lontana dalla criminalità. D’Amato morì nel 1985, a 77 anni, prima di vedere il suo allievo diventare campione del mondo. Dopo la scomparsa dell’allenatore, però, arrivarono i tradimenti di amici, manager e promotori che si sarebbero approfittati di lui. Per l’ex pugile, D’Amato era l’unico che lo avesse sempre protetto, mentre nel mondo dello sport professionistico lui era soprattutto un prodotto da sfruttare.
La docuserie non evita nemmeno i capitoli più dolorosi: il matrimonio turbolento con Robin Givens, i problemi economici, la morte della madre, dell’allenatore e della figlia, che aveva appena quattro anni. Spazio anche alla condanna per stupro del 1992 e ai circa tre anni di carcere scontati. Tyson racconta, poi, di aver smesso con alcol e cocaina da dieci anni, ma precisa di essere sobrio alla californiana: continua, infatti, a fumare marijuana. Il suo bilancio sul passato è netto: il passato è passato, ma i ricordi restano per sempre dentro di noi. Con TYSON, l’ex uomo più temuto del ring mostra un volto più fragile e consapevole. Una confessione che, più dei pugni, promette di far parlare.
