Si chiude con tre pareggi e un’eliminazione ai gironi l’avventura dell’Iran ai Mondiali 2026. Ma il bilancio della spedizione del Team Melli va ben oltre i numeri sul campo: quello che la nazionale iraniana ha vissuto in questo mese negli Stati Uniti è stato qualcosa di unico nella storia della Coppa del Mondo, un percorso segnato da ostacoli politici, logistici e sportivi che poche squadre avrebbero saputo affrontare con la stessa dignità.
L’Iran era stato inserito nel Gruppo G insieme a Belgio, Egitto e Nuova Zelanda. Sulla carta, un girone difficile ma non impossibile. Nella realtà, però, la squadra guidata dal commissario tecnico Amir Ghalenoei ha dovuto fare i conti fin dall’inizio con una situazione senza precedenti. A causa delle tensioni geopolitiche tra Washington e Teheran, il governo degli Stati Uniti ha imposto restrizioni durissime agli spostamenti della delegazione: i giocatori e lo staff potevano entrare nel Paese soltanto poche ore prima di ogni partita, con obbligo di lasciare il territorio americano immediatamente dopo il fischio finale. La base operativa era a Tijuana, in Messico, con continui trasferimenti aerei che hanno pesato enormemente sulla preparazione atletica.
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Ghalenoei non ha nascosto la frustrazione: i suoi ragazzi sono stati, a suo dire, la squadra più oppressa nella storia dei Mondiali. Una dichiarazione forte, ma difficile da smentire. Undici membri della delegazione si erano già visti negare il visto prima dell’inizio del torneo, e la federazione iraniana aveva presentato un reclamo formale alla FIFA, denunciando condizioni incompatibili con il principio di parità di trattamento tra tutte le squadre partecipanti.
Nonostante tutto, l’Iran ha giocato. Ha pareggiato 2-2 con la Nuova Zelanda all’esordio al SoFi Stadium di Los Angeles, poi 0-0 con il Belgio, e infine 1-1 con l’Egitto in una partita che resterà nella memoria per i suoi epiloghi drammatici. Prima ancora di conoscere il proprio destino, dopo il pareggio con l’Egitto, però, i giocatori hanno lasciato un messaggio scritto sulla lavagna tattica dello spogliatoio del Lumen Field di Seattle, indirizzato alle squadre ancora in corsa: Veniamo dall’Iran… Una terra che, per migliaia di anni, ha valorizzato l’onore al di sopra della vittoria. Il fair play non è solo una regola del calcio; è l’anima del gioco. Un appello al rispetto sportivo che ha fatto il giro del mondo, e che resterà come uno dei momenti più toccanti di questi Mondiali 2026.
