A quasi sei anni dalla morte di Diego Armando Maradona, il processo che dovrebbe fare luce sulle responsabilità mediche nella sua scomparsa si trova ancora una volta travolto da un clamoroso caso che rischia di minare uno dei pilastri dell’accusa.
Al centro della nuova bufera c’è un fascicolo di esami clinici relativi al periodo compreso tra il 2012 e il 2015, utilizzato dalla Junta Médica Interdisciplinaria, il collegio di venti specialisti incaricato di analizzare le condizioni di salute del campione argentino prima della morte, per sostenere che Maradona soffrisse di un’insufficienza renale cronica. Il problema è che, secondo quanto emerso durante l’ultima udienza del processo in corso a San Isidro, alla periferia di Buenos Aires, quella documentazione non apparterrebbe affatto al Pibe de Oro, ma a suo padre, anch’egli chiamato Diego Maradona e scomparso diversi anni prima del figlio.
L’irregolarità è venuta alla luce durante la deposizione del nefrologo Hernán Trimarchi, uno dei periti della giunta medica, che aveva basato le proprie conclusioni sullo stato renale del calciatore proprio su quegli esami di laboratorio. È stato uno degli avvocati difensori degli imputati a far notare che i documenti riportavano un numero di tesserato e una storia clinica riconducibili al padre del Diez, e non al campione. A rafforzare il sospetto, anche una discrepanza temporale: parte dei referti risalirebbe al 2015, anno in cui Maradona viveva stabilmente a Dubai come direttore sportivo, e non si trovava quindi in Argentina nei laboratori indicati.

Il pubblico ministero Patricio Ferrari ha reagito con durezza, accusando la compagnia di assistenza sanitaria Swiss Medical di aver fornito consapevolmente documentazione errata con l’obiettivo di far saltare il processo. Dal canto suo, la società ha ammesso l’errore, attribuendolo a un problema nell’area laboratorio, ma negando qualsiasi intenzionalità.
Le conseguenze processuali, però, sono tutt’altro che trascurabili. Diversi legali della difesa hanno sottolineato come l’intera perizia della giunta medica risulti ora indebolita, dal momento che le conclusioni sulla presunta sindrome cardio-epato-renale del calciatore si baserebbero, almeno in parte, su dati non attendibili. Uno degli avvocati ha definito il lavoro della giunta poco più di una “chiacchierata da bar”, ricordando come già in passato fosse stata criticata la composizione multidisciplinare del collegio, con specialisti chiamati a esprimersi su ambiti non propri.
Di fronte alla gravità della vicenda, il tribunale ha deciso di rinviare l’udienza di una settimana, fino al 27 agosto, per permettere la verifica incrociata dei documenti e stabilire con certezza quale incidenza l’errore abbia avuto sulle conclusioni finali della perizia.
Il processo, che vede alla sbarra sette tra medici e infermieri con l’accusa di omicidio con dolo eventuale per la gestione della convalescenza domiciliare di Maradona dopo l’operazione al cervello del 2020, aveva già conosciuto un precedente stop clamoroso, quando una delle giudici aveva fatto entrare in aula una troupe televisiva. Un caso che, a distanza di quasi sei anni dalla morte del campione, sembra ancora lontano da una conclusione definitiva.
