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    Home»Formula 1»Perché Zandvoort è un circuito unico: la curva a 18°, la sabbia e quella folle storia di Villeneuve
    Formula 1

    Perché Zandvoort è un circuito unico: la curva a 18°, la sabbia e quella folle storia di Villeneuve

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti23 Agosto 2026 14:00Nessun commento3 Mins Read
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    Il circuito del Gran Premio d'Olanda
    l circuito del Gran Premio d'Olanda
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    C’è un posto nel calendario della Formula 1 dove le monoposto corrono praticamente tra le dune, il vento può portare la sabbia sull’asfalto e alcune curve sembrano uscite da un circuito americano. È Zandvoort, il tracciato che ospita il Gran Premio d’Olanda e che torna protagonista con una storia ormai destinata a chiudersi: l’edizione 2026 sarà infatti l’ultima della Formula 1 sul circuito olandese.

    Ma cosa rende Zandvoort così particolare? Molto più del semplice fatto di essere la casa di Max Verstappen. Il circuito è nato come pista permanente nel dopoguerra e il primo Gran Premio d’Olanda valido per il Mondiale si disputò nel 1952. Dopo una lunga assenza, poi, Zandvoort è tornato stabilmente nel calendario nel 2021, diventando in pochi anni uno degli appuntamenti più riconoscibili della stagione.

    La prima caratteristica che colpisce è il paesaggio. Zandvoort si trova sulla costa olandese, immerso nelle dune e a poca distanza dal Mare del Nord. Non è soltanto una questione estetica: il vento può trasportare sabbia sulla pista, modificando il livello di aderenza anche nel giro di poche ore. Per i piloti significa affrontare un asfalto che può cambiare comportamento tra una sessione e l’altra.

    Poi ci sono le curve sopraelevate, una delle grandi particolarità del tracciato moderno. La più famosa è probabilmente l’ultima, la Arie Luyendykbocht, dedicata al due volte vincitore della 500 Miglia di Indianapolis. La curva presenta un banking di 18 gradi: un’inclinazione enorme per una pista di Formula 1 e persino superiore a quella di molte curve celebri dell’Indianapolis Motor Speedway.

    Gilles Viileneuve al Gran Premio d'Olanda guida la Ferrari al box con tre ruote
    Gilles Viileneuve al Gran Premio d’Olanda guida la Ferrari al box con tre ruote

    Ma non è l’unico punto sopraelevato. Anche la curva 3, la Hugenholtzbocht, è stata modificata prima del ritorno della Formula 1, con una pendenza che arriva a livelli impressionanti. L’obiettivo era adattare una pista storica alle velocità delle monoposto moderne, mantenendo però quel carattere “vecchia scuola” che ancora oggi piace tanto ai piloti.

    E poi c’è Gilles Villeneuve. Nel 1979 il canadese regalò a Zandvoort una delle immagini più folli della sua carriera. Dopo una foratura e una spettacolare uscita di pista, la Ferrari rimase praticamente senza una ruota funzionante. Villeneuve, invece di ritirarsi, riuscì a riportarla ai box su tre ruote, tra gli applausi dei suoi meccanici. Un episodio diventato parte della leggenda del circuito.

    Infine, c’è il fattore umano: la Orange Army, la gigantesca marea arancione dei tifosi di Verstappen. Da quando il campione olandese è diventato una star mondiale, il Gran Premio di casa si è trasformato in una festa nazionale.

    Ed è forse questo il dettaglio più curioso: l’ultimo capitolo di Zandvoort in Formula 1 arriva proprio mentre il circuito ha raggiunto la sua massima popolarità. Una pista tra le dune, con curve inclinate come quelle di un ovale americano e una storia piena di imprese: difficile immaginare un addio più particolare.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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