Il caso di Valentina Cavallar scuote il mondo del ciclismo e va oltre lo sport. La 25enne austriaca del Team SD Worx-Protime ha raccontato di essere stata sottoposta a un controllo antidoping nella propria abitazione poche ore dopo la morte della madre, avvenuta a settembre. Una procedura prevista dai regolamenti, ma arrivata in uno dei momenti più dolorosi della sua vita.
La ciclista ha affidato ai social il suo racconto. Ha spiegato di aver dovuto chiudere la stagione in anticipo dopo il Tour de France di quest’anno, e che la perdita della madre ha cambiato per sempre il suo modo di guardare la vita. Poi il ricordo di quelle ore: il test si è svolto in casa, nella stanza accanto a quella in cui la madre riposava. In quel momento, ha scritto, non pensava né alle gare né ai doveri di atleta, ma si sentiva soltanto una figlia che aveva appena perso la mamma.
Cavallar ha definito l’esperienza dolorosa, fuori luogo e irrispettosa verso la sua famiglia. Il suo messaggio, però, non è una condanna dell’antidoping. La ciclista ha ribadito di credere nello sport pulito, aggiungendo che umanità, compassione e rispetto non devono mai essere dimenticati. Da qui la frase che sintetizza la sua testimonianza: prima di essere atleti, siamo esseri umani.

Le sue parole aprono una riflessione delicata su come conciliare il rigore dei controlli con la sensibilità verso situazioni eccezionali. Sarebbe bastato, forse, ricordare che anche chi vive di sport ha diritto a tempo e silenzio nei momenti di lutto.
Quella di Cavallar è del resto una storia fatta di cambi di rotta e salite. Nel 2024 si è misurata con le montagne del Tour de France, compresa la durissima ascesa dell’Alpe d’Huez, affermandosi come una delle scalatrici più promettenti del panorama internazionale. Eppure il suo primo grande amore sportivo era un altro: il canottaggio.
Nel 2021 aveva realizzato il sogno olimpico partecipando ai Giochi di Tokyo nel doppio pesi leggeri, insieme a Louisa Altenhuber, e chiudendo al quattordicesimo posto. L’anno successivo era arrivato il decimo posto agli Europei di Monaco di Baviera e il diciannovesimo ai Mondiali di Račice. Meno di due anni dopo l’esperienza olimpica, però, la scelta di lasciare i remi per la bicicletta, una svolta che ha cambiato la sua carriera.
Oggi, in un momento di dolore personale, la sua voce diventa quella di tanti atleti che chiedono un equilibrio diverso tra regole e persone. Cavallar non chiede di cancellare i controlli, ma di non perdere di vista la dimensione umana di chi li subisce. Una richiesta semplice, che il ciclismo e lo sport in generale sono ora chiamati ad ascoltare.
