La pallacanestro, soprattutto quella dell’NBA, ha subito una trasformazione radicale. C’è un grafico che racconta questa evoluzione: mostra che tra l’area dei tiri liberi e il tabellone c’è un vuoto assoluto. Nessuno tenta più il tiro da mezza distanza, mentre fuori dalla linea dei tre punti si assiste a un vero e proprio festival del tiro a segno. Ma è ancora basket?
Nel mondo sportivo, lo spettacolo è diventato fondamentale, però forse si sta esagerando. Le triple entusiasmano quanto le schiacciate, ma un tiro da media distanza sembra ormai deludere il pubblico. In quest’era, uno dei protagonisti indiscussi è Stephen Curry, stella dei Golden State Warriors, che ha trasformato il tiro da tre punti in un autentico show. Ha stupito tutti con la sua capacità di centrare il canestro da qualsiasi posizione, anche da distanze che prima sembravano impossibili.
Gli appassionati di vecchia data, cresciuti con leggende come Meneghin, Morse, Riva e Sacchetti, faticano a rassegnarsi a questa nuova normalità. Ricordano le astuzie di D’Antoni e la difesa di Vittorio Gallinari, che una volta realizzò un tiro da tre, un evento straordinario. Oggi, invece, un tiro da trenta metri non sorprende più. Anche il recente ritorno di Curry dopo un infortunio, con un tiro spettacolare durante il riscaldamento, sembra ormai routine.
La domanda resta: quando l’eccezionale diventa normale, cosa resta della vera essenza della pallacanestro? La risposta è aperta, ma per molti il fascino di questo sport risiede proprio nella sua capacità di evolversi e sorprendere, anche se in modi inaspettati.