Dalla sofferenza all’estasi: è racchiuso in questo percorso il docufilm Il lupo d’inverno, sulla vita di Novak Djokovic, in uscita giovedì su Prime Video e disponibile immediatamente in 240 Paesi. Un viaggio che parte dai bombardamenti su Belgrado degli anni ’90 e arriva fino alla vittoria contro Jannik Sinner all’ultimo Australian Open, conquistata alle soglie dei 39 anni. In occasione del lancio, il campione serbo si è raccontato in una lunga intervista al Corriere della Sera, toccando i temi più profondi della sua carriera e della sua vita privata.
Il primo argomento affrontato riguarda proprio Sinner e i consigli che Djokovic diede in passato ai suoi allenatori, prima Riccardo Piatti e poi Darren Cahill, su come aiutarlo a crescere tecnicamente. Novak non ha alcun rimpianto: sostiene di essere rimasto fedele a se stesso in quel momento, indipendentemente da quanto fosse in gioco per la sua carriera.
Il serbo ha poi approfondito le affinità con l’azzurro, sottolineando come entrambi provengano da territori di montagna, lui dalla Serbia, Sinner dall’Alto Adige, e come entrambi abbiano praticato sci da giovanissimi, lasciando la famiglia a soli 13 anni per inseguire il proprio sogno sportivo. Secondo Djokovic, proprio lo sci avrebbe forgiato in entrambi elasticità, equilibrio e coordinazione, elementi che si ritrovano poi nel loro tennis. Ma è soprattutto sul piano caratteriale che il serbo si riconosce nel collega italiano: una dedizione instancabile, la voglia di migliorarsi ogni giorno, una fame di vittorie che nessun trofeo, nemmeno i 24 Slam vinti da Nole, riesce a placare.
Il racconto, poi, si sposta sull’infanzia vissuta sotto le bombe. Djokovic descrive quegli anni come fondamentali per la costruzione della propria identità: le notti nei rifugi, la paura degli aerei, l’ansia costante per la propria famiglia. Un’esperienza che, a distanza di decenni, il campione non rinnega, definendola un ingrediente necessario per il percorso che lo ha portato dove si trova oggi.
Spazio anche a un capitolo più intimo, dedicato alle due donne che hanno segnato la sua crescita: la moglie Jelena e la sua prima maestra di tennis, Jelena Gencic, scomparsa nel 2013. Djokovic ricorda con commozione gli anni trascorsi con lei, quando aveva appena 9-10 anni: non solo lezioni di tennis, ma un’educazione più ampia, fatta di musica classica, respirazione consapevole e visualizzazioni mentali. Un’eredità che, insieme agli insegnamenti dei genitori, ha posto le basi di tutto il suo percorso sportivo e umano.
Infine, il sogno di bambino: vincere Wimbledon e diventare numero uno al mondo. Un obiettivo raggiunto, celebrato tornando a casa di Jelena Gencic a Belgrado. Il messaggio che Djokovic lascerebbe al se stesso giovane è chiaro: non rinunciare mai ai sogni, anche di fronte agli ostacoli più grandi, perché c’è sempre una via, e c’è sempre qualcuno disposto ad aiutare a coltivarli.
