La Dakar, un nome che evoca avventure epiche e sfide oltre ogni limite. Dal 2012, quando per la prima volta mi immersi tra le dune argentine, non ho mai mancato un’edizione. Ogni primo gennaio, tra applausi e volti pieni di speranza, ci lanciamo in questa impresa senza età, dove il sogno si rinnova. Quindici anni di emozioni mi hanno portata qui, al bivacco di Yanbu, affacciato sul Mar Rosso, dove si respira l’attesa delle grandi occasioni. Come il primo giorno di scuola, si ritrovano compagni di mille avventure e cresce la tensione di fronte all’ignoto. In questa vivace carovana, tra sogni e timori, ogni pilota ha un motivo unico per affrontare 8mila chilometri di sfida contro il cronometro e se stessi.
Non è solo per i piloti; anche per noi giornalisti, il deserto è una prova quotidiana. Sveglia alle 4,30 quando ancora la notte avvolge il paesaggio. I trasferimenti sono interminabili, come lo scorso anno quando abbiamo percorso 1.200 km in un giorno, un viaggio da Milano alla punta d’Italia. Eppure, l’edizione 2026 promette trasferimenti ancor più impegnativi, come il Bisha-Al Henakiyah di 12 ore. Arrivati al nuovo bivacco, sotto il sole cocente, il lavoro ci chiama: il campo si estende come 40 stadi di calcio, e il nostro compito è parlare con i grandi nomi e gli amatori, veri protagonisti della corsa ideata da Thierry Sabine.
Perché affrontare tutto questo? Perché il deserto è una maestra di vita, una scoperta continua di se stessi, un luogo dove la libertà prende forma. La Dakar non è solo un rally; è uno stile di vita che ti accompagna e ti fortifica.
Intanto, nella prima tappa di 518 km, con 305 di prova cronometrata, il belga Guillaume De Mévius su Mini e lo spagnolo Edgar Canet su KTM guidano la classifica. Oggi si corre la tappa di Al Ula, lunga 500 km, di cui 400 di speciale.




