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    Home»Formula 1»Il neck training dei piloti di Formula 1: perché il collo è il muscolo più importante da allenare
    Formula 1

    Il neck training dei piloti di Formula 1: perché il collo è il muscolo più importante da allenare

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti22 Agosto 2026 17:00Nessun commento3 Mins Read
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    Coppie di caschi colorati di Formula 1
    Coppie di caschi colorati di Formula 1 - Fonte: Unsplash
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    Quando si pensa alla preparazione atletica di un pilota di Formula 1, la mente corre subito a gambe forti per la frenata o braccia potenti per gestire il volante. C’è però una parte del corpo che riceve un’attenzione particolare, tanto da diventare quasi un marchio di fabbrica visivo dei piloti: il collo. Il cosiddetto neck training è oggi uno dei pilastri fondamentali della preparazione fisica in Formula 1, al punto che università e ricercatori ne studiano gli effetti biomeccanici.

    Il motivo è semplice quanto impressionante. Durante una gara, la testa del pilota, appesantita da un casco che pesa circa 6,5 kg (a cui si aggiungono strutture di sicurezza come l’HANS), non ha alcun supporto laterale all’interno dell’abitacolo, perché deve garantire la massima visibilità e libertà di movimento. In curva, in frenata o in accelerazione, il collo si trova a dover sopportare forze G che possono arrivare fino a 5-6 G, equivalenti a un carico reale di 25-40 kg concentrato sulla zona cervicale. Ripetuto decine di volte per giro, per decine di giri, per un’ora e mezza o due di gara.

    Per questo motivo, i programmi di allenamento dei piloti prevedono sessioni specifiche e spesso poco convenzionali. Il metodo più diffuso e più fotografato è quello dell’allenamento isometrico: il pilota si lega la testa a un tirante, all’altra estremità del quale c’è un peso oppure un preparatore atletico che esercita resistenza. L’obiettivo non è muovere la testa, ma mantenerla ferma opponendosi alla forza esterna, esattamente come avviene in pista quando l’auto accelera o cambia direzione. Alcuni team, come McLaren con il suo “F1 Trainer” sviluppato insieme a Technogym, utilizzano anche macchinari specifici che riproducono la posizione di guida, permettendo un carico progressivo e mirato sulla muscolatura cervicale.

    Figura in penombra di un pilota con il casco
    Figura in penombra di un pilota con il casco – Fonte: Unsplash

    Un’altra pratica molto diffusa consiste nell’utilizzo di caschi appesantiti o zavorrati, con cui i piloti eseguono movimenti di flessione, estensione e rotazione laterale, replicando gli stress subiti durante le curve ad alta velocità. A questi esercizi di forza si affiancano sedute di mobilità e stretching cervicale, indispensabili per mantenere un equilibrio corretto tra potenza muscolare e flessibilità, riducendo il rischio di infortuni.

    Non è un caso che diversi studi scientifici recenti, incluse ricerche condotte da università italiane in collaborazione con i preparatori di piloti del calibro di Max Verstappen e Charles Leclerc, abbiano documentato come la guida in Formula 1 produca un vero e proprio adattamento fisico del corpo, sviluppando in particolare la forza del collo, la muscolatura del tronco e la capacità cardiaca di gestire picchi di frequenza estremi.

    I rischi, se questo lavoro viene trascurato, sono concreti: dalle contratture muscolari alla cervicalgia cronica, fino a infiammazioni dei nervi cervicali con dolore irradiato verso spalle e braccia. Ecco perché, oggi, nessun pilota professionista può permettersi di ignorare il proprio collo: è, letteralmente, il muscolo che permette di guardare dritto verso il traguardo a oltre 300 km/h.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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