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    Home»Storie»La maledizione di Rocky a Philadelphia: perché i tifosi ai Mondiali non devono vestire la statua
    Storie

    La maledizione di Rocky a Philadelphia: perché i tifosi ai Mondiali non devono vestire la statua

    Tiziana MorgantiBy Tiziana Morganti16 Giugno 2026 16:00Nessun commento3 Mins Read
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    La statua di Rocky Balboa a Philadelphia
    La statua di Rocky Balboa a Philadelphia
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    A Philadelphia esiste una superstizione sportiva che mescola ironia e scaramanzia, e che i tifosi giunti in città per i Mondiali 2026 farebbero bene a conoscere. Al centro di questa curiosa leggenda c’è la ben nota statua di Rocky Balboa, il pugile cinematografico interpretato da Sylvester Stallone, posizionata davanti al Philadelphia Museum of Art. Secondo il mito urbano locale, infatti, ogni squadra che prova a portare Rocky dalla propria parte facendogli indossare la maglia, finisce inevitabilmente per perdere.

    L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa, prima della sfida mondiale tra Ecuador e Costa d’Avorio. Alcuni tifosi della nazionale sudamericana, infatti, hanno scalato i celebri gradini immortalai nel film e hanno vestito la statua con la maglia gialla della Selección. Il risultato? Una sconfitta per 1-0 contro gli ivoriani, che ha alimentato ulteriormente la credenza nella maledizione di Rocky.

    Ma questa non è la prima volta che la superstizione si manifesta. Negli Stati Uniti, molti appassionati di football americano ricordano precedenti poco incoraggianti legati alla Nfl. I Minnesota Vikings nel 2018, i New England Patriots nello stesso anno durante il Super Bowl e i San Francisco 49ers nel 2023 avevano tutti vestito Rocky con i colori del proprio club, salvo poi uscire sconfitti in partite decisive..

    La statua di Rocky davanti al Philadelphia Museum of Art
    La statua di Rocky davanti al Philadelphia Museum of Art

     

    Con altri cinque match del Mondiale in programma a Philadelphia, dunque, l’ente turistico Visit Pennsylvania ha deciso di giocare d’anticipo: in un post pubblicato su Instagram, l’organizzazione ha rivolto un messaggio scherzoso ma esplicito alle nazionali in arrivo, tra cui Brasile, Francia, Croazia e Ghana. “Vi diamo il benvenuto e vi auguriamo il meglio per le vostre partite a Philadelphia”, si legge nel comunicato. “Ma da buoni padroni di casa vogliamo segnalarvi un fenomeno ben documentato: la maledizione della statua di Rocky”.

    Il messaggio si chiude con una raccomandazione tanto ironica quanto chiara: “Philadelphia non vede l’ora di accogliervi. Però Rocky davvero non ha bisogno della vostra maglia”. Un avviso che il Brasile, atteso venerdì contro Haiti, potrebbe voler prendere sul serio. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, infatti, non può permettersi altri passi falsi, e nel dubbio molti tifosi brasiliani preferiranno evitare di tentare la sorte con il celebre pugile di bronzo.

    La statua di Rocky Balboa, diventata negli anni uno dei simboli più fotografati di Philadelphia e meta di pellegrinaggio per i fan del cinema, si trasforma così in un talismano al contrario. Una storia che mescola cultura pop, superstizione e passione sportiva, perfetta per accompagnare l’atmosfera dei Mondiali in una delle città più iconiche d’America.

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    Tiziana Morganti
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    Sono romana doc, di quelle vere, nata e cresciuta nel cuore della Capitale, a due passi dal Colosseo, con il Tevere praticamente come vicino di casa. Laureata in Storia Moderna e Contemporanea, ho sempre avuto un debole per i racconti che lasciano il segno, ma è stato lo sport a indicarmi la direzione giusta per iniziare a scrivere: tutto merito (o colpa) di una passione sfrenata per il tennis e di un certo Boris Becker, che da bambina mi ha fatto innamorare di rovesci e tuffi in aria come fosse normale amministrazione. Da lì il passo è stato breve: prima sugli spalti del Foro Italico, tifosa sfegatata e poi hostess degli Internazionali d'Italia, con il naso all'insù a guardare i campioni da vicinissimo; poi, complice l'evoluzione, mia e del tennis italiano, dritta a Radio Incontro e sulle pagine web a raccontarlo. Oggi la mia bussola si chiama Jannik Sinner, e se un tempo sognavo il rovescio a una mano di Becker, adesso mi godo ogni suo dritto lungolinea con la stessa emozione di una bambina sugli spalti.

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