L’erba di Wimbledon sta per essere calpestata dai grandi del ranking mondiale, ma l’atmosfera attorno allo Slam londinese non è mai stata così tesa. Jannik Sinner e i principali protagonisti del circuito, infatti, hanno deciso di non abbassare la guardia: la protesta contro la distribuzione dei ricavi dei quattro Major proseguirà anche a Londra, e stavolta con forme ancora più incisive rispetto a quanto visto al Roland Garros.
Tutto è nato da una battaglia che i tennisti combattono ormai da mesi: secondo i giocatori, i quattro Slam,Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open, destinano al montepremi soltanto il 15% degli introiti complessivi, una percentuale che il circuito giudica inadeguata. La richiesta è chiara: portare quella quota al 22%. Una distanza che, nonostante i recenti segnali di apertura da parte degli organizzatori, resta ancora incolmata.
A Parigi, durante il Roland Garros, i tennisti avevano già lanciato il primo segnale concreto: interviste pre-torneo limitate a 15 minuti, un numero simbolico scelto non a caso, poiché richiama proprio quel 15% di ricavi che finisce nelle tasche dei giocatori. Un gesto silenzioso ma eloquente, che ha fatto parlare il mondo del tennis.
A Wimbledon, però, la protesta cambia scala. Non solo il media day sarà soggetto alle stesse restrizioni, ma, e questa è la novità più rilevante, tutte le conferenze stampa della prima settimana di torneo avranno una durata massima di 15 minuti. Una scelta che taglia drasticamente il flusso di informazioni verso media e appassionati, colpendo uno degli asset più preziosi dello Slam britannico: la sua capacità di generare contenuti e racconto attorno ai campioni.
“A seguito di un’approfondita consultazione con i giocatori di entrambi i circuiti, è stata presa questa decisione”, hanno comunicato i rappresentanti dei tennisti. Una risposta compatta, che testimonia una coesione interna tutt’altro che scontata in uno sport tradizionalmente individuale.
Gli organizzatori di Wimbledon, da parte loro, non l’hanno presa bene. La replica è stata netta: il prize money non può essere valutato come semplice percentuale degli incassi, perché una parte di quei proventi viene reinvestita direttamente nel benessere dei giocatori. “Siamo sorpresi e delusi dalla decisione. Wimbledon mette i giocatori al centro di tutte le sue decisioni e investiamo in modo significativo su di loro ogni anno”, si legge nel comunicato ufficiale del torneo.
La sorpresa degli organizzatori ha una sua logica: appena pochi giorni fa, Wimbledon aveva annunciato un aumento del montepremi del 20% rispetto all’edizione 2025, una mossa accolta positivamente dai tennisti stessi, che l’avevano definita un passo avanti reale e significativo. Eppure, nonostante l’entusiasmo per questo segnale, la decisione di proseguire la protesta è rimasta invariata.
Il motivo? I giocatori lamentano di non aver ricevuto risposte concrete su altri due fronti altrettanto importanti: i contributi al fondo previdenziale dei tennisti e una voce più significativa nella governance degli eventi che li riguardano direttamente. Wimbledon 2026, dunque, si preannuncia come uno Slam di tensioni extrasportive.
